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Vetralla – Morte sul lavoro di Botan Dumitru, la procura chiede la condanna di entrambi i datori di lavoro, arrestati cinque mesi dopo il tragico infortunio, avvenuto nei boschi tra Vitorchiano e Soriano nel Cimino il 19 giugno 2019.
L’accusa ha chiesto ieri una condanna a 4 anni di reclusione per Dante Presciutti e a 3 anni di reclusione per Zechir Mahmudov, 48 e 45 anni.
Erano circa le 11 di mattina quando il trattore guidato dall’operaio 29enne di Vetralla, addetto alla raccolta della legna, si impennò su una radice, precipitando in fondo a un dirupo e provocando la morte sul colpo del conducente.
Presciutti, 4 anni – Mahmudov, 3 anni
Gli imputati sono difesi rispettivamente dagli avvocati Roberto e Francesco Massatani e Samuele De Santis, che nel corso di una lunga e articolata discussione ne hanno chiesto l’assoluzione.
Il 30 giugno, prima della sentenza, replicherà il pm Michele Adragna, che ha ereditato il fascicolo dal titolare Stefano D’Arma, nel frattempo trasferito a Roma.
Presciutti e Mahmudov sono imputati di omicidio colposo più una serie di violazioni alla normativa sulla sicurezza nel lavoro. Parti civili la moglie e i figli della vittima, difesi dagli avvocati Giordano Rocchetti e Luca Capuano del foro di Roma.
Per le difese l’incidente in cui ha perso la vita il 29enne di Vetralla, padre di due bimbi che hanno oggi 5 e 2 anni e mezzo, è stata una tragica fatalità.
“Oggi qui manca il responsabile principale”, hanno detto i difensori di Presciutti e Mahmudov, parlando di “testimonianza falsata” dell’ex operaio al nero “promosso” presidente della cooperativa inizialmente indagato a piede libero. Soltanto un prestanome per la procura, che ne ha chiesto l’archiviazione.
Per le difese, perché “serviva far testimoniare Cosmin Julian Kovaci contro Presciutti e Mahmudov, in un contesto in cui le prove dell’accusa portano più dubbi che certezze”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.



