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Minacciato di morte per un debito di droga tenta il suicidio

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Carabinieri e 118 - Foto di repertorio

Carabinieri e 118 – Foto di repertorio

Viterbo – (sil.co.) – Minacciato per un debito di droga di 1200 euro risalente a sette anni fa, avrebbe tentato il suicidio. Intervennero i carabinieri e lo spacciatore è finito nei guai.

Ma il movente, secondo la presunta vittima, sarebbe più complesso. Il debito risalirebbe alle festività di fine anno 2015-2016. Ma i problemi sarebbero stati altri: “Non era del pusher che avevo paura”.

Nei mesi successivi la presunta vittima, oggi quarantenne, secondo l’accusa sarebbe stata minacciata di morte dallo spacciatore, una vecchia conoscenza, che dopo avergli ceduto cocaina a credito si sarebbe fatto sotto per ottenerne con le buone o con le cattive il pagamento.

Il quarantenne, che non si è costituito parte civile al processo, è stato sentito nei giorni scorsi come parte offesa davanti al giudice Roberto Colonnello. 


“Mi ha salvato la vita mio fratello”

Ha ammesso di essersi fatto dare due volte la droga a credito dall’imputato senza pagarla nel periodo delle festività: “Cinque grammi prima di Natale 2015 per 350 euro, poi altri 10 grammi dopo Natale per 850 euro. In totale gli dovevo 1200 euro per la cocaina”.

“Era un periodo nero. Mi ero lasciato con la mia compagna, lavoravo al nero. Per questo cercavo la cocaina”, ha spiegato, ammettendo, su richiesta del pm, di avere anche tentato di togliersi la vita, tagliandosi le vene. “Non vedevo vie di uscita. Mi ha salvato la vita mio fratello, che si è accorto in tempo e ha chiamato i soccorsi, sono venuti il 118 e anche i carabinieri, dopo di che ho iniziato un percorso al Serd”, ha concluso.


“Bugie anche a mio padre che ha pagato per me”

Più che con l’imputato, se l’è presa con se stesso: “Dicevo bugie a tutti. A quello che mi aveva dato la cocaina a credito per posticipare il pagamento e anche alla mia famiglia. Dissi una bugia anche a mio padre quando ho mandato lui a pagare il debito allo spacciatore inventando una scusa, gli dissi che erano soldi che mi aveva prestato”.


“Te chiamo domattina, basta che non me bussi”

“Se non mi paghi, ti busso”, lo avrebbe minacciato lo spacciatore per farsi restituire i 1200 euro della cocaina. “Lo avrà anche detto, ma non lo sentivo come una minaccia. Non mi ha mai messo un dito addosso. Io invece ogni volta avevo una bugia pronta per rimandare”, ha detto, spiegando il contenuto di un suo messaggio del 5 giugno 2016 in cui gli scriveva “te chiamo domattina,  basta che non me bussi”, seguito da cinque smile.


“Un brutto periodo per la nostra famiglia”

Tra i testimoni anche il padre, che ha ricordato come fosse “un brutto periodo per la nostra famiglia”, negando però di avere mai visto il figlio preoccupato, angustiato o intimorito per i suoi rapporti con l’imputato. “Mio figlio mi disse solo se potevo ridargli io 1200 euro che gli aveva prestato e io glieli ho ridati in due-tre volte. Niente altro”.

Il processo riprenderà il 22 novembre per sentire anche il fratello della presunta parte offesa. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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