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Viterbo – (sil.co.) – Morte in carcere di Andrea Di Nino, ieri davanti al gup Giacomo Autizi è stata la volta degli otto fratelli e dei cinque figli del detenuto tragicamente scomparso nella primavera di quattro anni fa.
La procura della repubblica di Viterbo. a suo tempo, ha aperto un’inchiesta, sfociata nella richiesta di rinvio a giudizio di quattro indagati.
Dopo la richiesta da parte del pm Michele Adragna, lo scorso 9 maggio, di una condanna a quattro mesi per l’ex direttore di Mammagialla (che ha scelto l’abbreviato) e del rinvio a giudizio per omicidio colposo degli altri tre imputati (che hanno scelto l’ordinario), è toccato ai difensori di parte civile della famiglia difendere le ragioni degli otto fratelli e dei cinque figli della vittima.
Tra i familiari, il fratello maggiore del 36enne romano trovato impiccato in cella d’isolamento la sera del 21 maggio 2018, come sempre presente in aula.
“Ho cresciuto Andrea come un figlio”, ha ribadito ieri durante una breve pausa, confidando che la giustizia segua il suo corso e che il fratello Andrea, trasferito a Viterbo pochi mesi prima della morte, possa avere giustizia.
Non si dà pace per le “tante omissioni, tutte documentate” che, secondo i familiari, avrebbero condotto alla tragica scomparsa del congiunto.
Lo scorso 9 maggio il pubblico ministero Michele Adragna ha chiesto una condanna a quattro mesi di reclusione, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito, per l’ex dirigente della casa circondariale difeso dall’avvocato Marco Russo, che ha scelto l’abbreviato e al quale sono riconosciute tutte le attenuanti.
Gli altri tre sono due sanitari e un penitenziario che, se sarà accolta la richiesta del pm, saranno rinviati a giudizio e processati nel corso di un pubblico dibattimento, non avendo chiesto in fase preliminare di ricorrere a riti alternativi.
L’udienza preliminare riprenderà il 20 giugno quando, salvo imprevisti, il giudice si ritirerà in camera di consiglio per la decisione.
La vicenda
Di Nino, padre di cinque figli, al momento in cui fu rinvenuto cadavere, verso le 22 del 21 maggio di quattro anni fa, era in carcere da due anni per possesso di stupefacenti. Si è suicidato in cella di isolamento del penitenziario da dove sarebbe uscito di lì a un anno.
I familiari sono convinti che non si sarebbe mai potuto suicidare. In primis perché gli mancava un anno alla fine della pena ed era convinto che sarebbe uscito anche prima.
E poi perché dalle lettere che scriveva ai suoi cari, era evidente il desiderio di viversi appieno la famiglia una volta uscito dal carcere. “Ho voglia di spaccare il mondo” scriveva il 36enne.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


