Mammagialla – Hassan Sharaf viene trasferito all’ospedale di Belcolle
Viterbo – Pestaggi e maltrattamenti in carcere. “Nell’interesse della stessa istituzione penitenziaria, come delle persone che hanno presentato denuncia alcuni anni fa, è importante che si faccia piena luce su tutti gli episodi denunciati alla magistratura”, commenta il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia.
L’apertura di un’indagine, come è noto, è stata disposta lo scorso 20 maggio dal gip Valerio D’Andria del tribunale di Perugia, in seguito alla mancata apertura di un’inchiesta da parte della procura della repubblica di Viterbo sugli otto casi segnalati in due esposti dallo stesso garante dei detenuti, tra cui quello di Hassan Sharaf.
I pubblici ministeri viterbesi sono finiti nella bufera per non avere dato seguito alle denunce contro la polizia penitenziaria presentate dalle presunte vittime e in particolare dal garante che al riguardo è stato anche ascoltato dai magistrati perugini.
Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf
Per ora sono imputati di abuso dei mezzi di correzione due penitenziari, difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati. Responsabile civile il ministero della giustizia, con l’avvocato Giorgio Santini. Secondo i legali degli eredi all’appello mancano però altri soggetti, tra cui un medico di Belcolle.
Sul caso sono in corso ulteriori indagini della procura generale di Roma, per tortura, omicidio colposo, omissione di soccorso e falso ideologico.
Il ventenne egiziano, a seguito di un tentativo di suicidio risalente al 23 luglio 2018, morì sette giorni dopo all’ospedale di Belcolle. Precedentemente, aveva mostrato ad Anastasìa i segni delle percosse subite, le quali, secondo quanto sostengono oggi i legali della famiglia, avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, sarebbero la causa del profondo stato di malessere da cui sarebbe scaturita la decisione del giovane di togliersi la vita.
Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio
Si torna in aula il prossimo 7 luglio
All’udienza dello scorso 28 marzo, Andreano e Barelli hanno chiesto un rinvio per attendere la decisione della procura generale di Roma che il 10 dicembre dello scorso anno ha preso in mano il fascicolo, revocando la richiesta di archiviazione presentata il 15 maggio del 2019 dalla procura di Viterbo.
“Sharaf, prima di impiccarsi in cella d’isolamento, aveva disperatamente chiesto aiuto, procurandosi dei tagli per i quali avrebbe dovuto essere immediatamente trasferito in infermeria. Invece, come documentato dalle immagini nitidissime delle telecamere della videosorveglianza interna, è stato schiaffeggiato e abbandonato a se stesso in isolamento”, hanno ricordato al giudice gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, chiedendo di visionare integralmente in aula il filmato, “non solo l’ultima mezzora, ma le due ore trascorse dal suo arrivo in isolamento”.
Parti civili la madre, la sorella e il cugino che vive a Roma con cui Hassan Sharaf è venuto in Italia su un barcone nel 2012, quando aveva soltanto 15 anni.
Silvana Cortignani
Parte civile Aida El-Shahat Selim, madre di Hassan
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.



