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“Privati in Talete, quando la politica abdica al proprio ruolo…”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – “Non ci sono alternative”, è stata sempre l’argomentazione con la quale la politica, ed in particolare, la politica liberista, ha giustificato, spiegato, motivato la volontà di privatizzare la gestione di beni e servizi essenziali.


Viterbo - Giancarlo Torricelli

Viterbo – Giancarlo Torricelli


Era così nell’Inghilterra della Thatcher negli anni ’80, era così, successivamente, nell’Italia berlusconiana e poi, negli anni ’90, con i governi di centrosinistra, quando lo slogan prevalente era “mercato è bello”, specie quando si trattava di gestione dei servizi pubblici locali.

“Non c’è alternativa”, mi è rivenuto in mente, leggendo le dichiarazioni del presidente della provincia e dei consiglieri provinciali che, l’altro giorno, hanno votato la modifica statutaria per permettere alla società Talete la vendita ai privati del 40% delle proprie quote sociali. In attesa dell’assemblea dei soci di Talete (i comuni), la provincia ha sentenziato: “Non c’è alternativa”.

Con incredibile nonchalance quello che, per venti anni, si era voluto evitare, l’ingresso dei privati (anzi, sarebbe bene ricordare che Talete nasce nel 2003 esattamente per impedire l’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua, il bene comune per eccellenza), oggi viene presentato come un atto dovuto, quasi un passaggio tecnico, giustificato dalla mancanza di alternative, senza il quale si produrrebbe il fallimento totale della Talete.

L’ingresso dei privati nel capitale sociale diventa la panacea, l’assicurazione sul futuro, quasi come fosse l’intervento di generosi benefattori che vogliono garantire un asset strategico dello sviluppo del territorio provinciale, tacendo su esperienze fallimentari di società miste che gestiscono i servizi idrici (basterebbe guardare a quello che succede a Latina e a Frosinone), sorvolando sul fatto che una scelta di questo tipo (non fosse altro per la necessità di remunerare il capitale investito) significherebbe affidare ai privati (il mantenimento della maggioranza delle quote in mano pubblica sarebbe solo la classica foglia di fico) scelte fondamentali in materia di investimenti, di politica tariffaria, di garanzia di risparmio e qualità della risorsa idrica. Quel voto è la fotografia dello stato di impotenza e di subalternità in cui versa il quadro politico provinciale. 

Al netto del fatto che sarebbe interessante capire come si è giunti a questo punto, come sia stato possibile che la Talete, in questi 20 anni di vita, abbia risposto più alle esigenze clientelari dei partiti, che alle necessità di tutela della risorsa idrica, finendo per trasformarsi in un carrozzone indifendibile, dai costi eccessivi, scaricati sulla collettività e sulle tariffe.

È proprio la situazione deficitaria di Talete che renderebbe necessaria una operazione di trasparenza, insieme all’apertura di una discussione pubblica vera sul futuro di questa società e sulla modalità più idonea di gestione dell’acqua. Non può essere accettabile, invece, che una decisione così impegnativa e rilevante, strategica per un intero territorio, avvenga “alla chetichella”, senza alcun dibattito pubblico, senza nessun coinvolgimento delle assemblee elettive e delle comunità locali.

Tra l’altro, si tratta di una decisione che contrasta in modo plateale con il referendum popolare del 2011 che, anche nel Viterbese, sancì, a larghissima maggioranza (95%) il rifiuto della privatizzazione dell’acqua e con la legge regionale 5 del 2014 che, sebbene sostanzialmente inattuata, fece proprio il principio di fondo che l’acqua deve essere considerata un bene comune e che non può essere sottoposto alla logica mercantile.

La politica istituzionale viterbese, come se tutto questo non esistesse, decide di andare nella direzione opposta, senza alcun riguardo per la necessità di perseguire l’obiettivo della tutela e del risparmio di una risorsa che, specie in questo tempo segnato dalla crisi climatica, appare finita, limitata, da tutelare.
Come questo obiettivo si possa conciliare con l’ingresso dei privati nella gestione, che per definizione perseguono il massimo del profitto, è un mistero che, solo una politica debole che abdica al suo ruolo, può semplicemente immaginare.

Giancarlo Torricelli


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