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Quando Gam scriveva sulla sua Lettera 22 in via del Giglio…

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Gaetano Messina

Gaetano Messina giovane giornalista


Viterbo – Il ticchettio rapido e preciso della sua Lettera 22. La stanza di Gaetano Messina, nella sede del Corriere di Viterbo in via del Giglio, rimbombava del ritmato e frenetico suono della macchina da scrivere. Gaetano Messina era uno di quei giornalisti di transizione. In redazione c’erano i Mac da 9 pollici, voluti da Steve Job per stare sulla scrivania dei professionisti senza impicciare, ma lui scriveva con la macchina da scrivere. Almeno nei primi tempi del giornale. E scriveva a una velocità che mi appariva supersonica. I ticchettii della macchina da scrivere sembravano una musica fatta di note nere e rosse. E non perdeva la concentrazione, qualunque cosa accadesse. Ogni tanto il ticchettio si arrestava, e nel tempo della riflessione per riorganizzare la prossima frase, Gaetano con il dito mignolo batteva freneticamente sul tasto delle maiuscole. Una vera danza delle dita e della mente. Alla fine dell’articolo, la firma: Gam.

Gaetano Messina

Gaetano Messina


Gaetano è stato non solo il fondatore del Corriere di Viterbo, selezionando i futuri giornalisti insieme all’editore, l’eugubino Leonello Mosca, ma l’artefice di un vero trapianto di cuore giornalistico. Trasferendo un nuovo modo di fare giornalismo dall’Umbria a Viterbo, dove c’erano solo le paginette locali di Tempo e Messaggero. Quasi nulla rispetto alle decine di pagine che il Corriere della Provincia di Viterbo prometteva prima di uscire. In molti dicevano che saremmo usciti con le pagine bianche. Neppure riuscivano a immaginare quello che poi sarebbe accaduto. E quello che Gaetano si accingeva a fare nel concreto.
Gaetano sapeva che l’impresa non era banale e partì a preparare il giornale un anno prima, più o meno. Iniziò a creare un archivio fotografico, a rimpinzare la ghiacciaia delle redazione di pezzi di bianca, di politica, di nera…
Non basta, Gaetano per sicurezza si era portato una squadra di giornalisti professionisti e non: Giuseppe Rescifina, Pasquale Arcidiacono, Giuseppe Magroni, Salvatore Messina, suo fratello. Era il 1989.

La locandina che annunciava l'uscita del Corriere di Viterbo il 3 giugno 1989

La locandina che annunciava l’uscita del Corriere di Viterbo il 3 giugno 1989


Come dire: una squadra, compreso lo stesso Gaetano, già esperta che si sovrapponeva ai viterbesi e che man mano sarebbe stata smantellata per rendere la struttura più locale anche nei suoi uomini.
A Gaetano devo almeno tre cose: l’avermi scovato e invitato a collaborare al nuovo giornale, i fondamentali della professione e la nomina sul campo a capo della cronaca. Pochi mesi da soldato semplice e poi un giorno Gaetano mi fa: “Carlo te la senti di coordinare la cronaca?”. La risposta non era semplice, anche perché Gaetano aveva provato in quel ruolo delicato un praticante e un professionista. Ma, non so perché, non gli andarono bene. Io ero ancora un pubblicista. E poi la cronaca di Viterbo era il cuore vivo del giornale. La mia risposta in realtà immediata fu: “Certo!”. E da quel giorno dirigo strutture giornalistiche di varie parti d’Italia. Ho fondato qualche testata. Insomma non ho più fatto il soldato semplice. Non che la cosa mi dispiacesse. Fare il giornalista sul campo è un onore. Sempre.

Dimenticavo, a Gaetano debbo in realtà una quarta cosa che in qualche modo è una conseguenza delle precedenti: dopo il praticantato sono diventato un giornalista professionista. Con tanto di esame e diploma. Era il 1992. 

Ma andando più a fondo Gaetano ci ha insegnato l’etica del lavoro giornalistico. Il fatto che non esistono orari, se vuoi fare questo mestiere. Il fatto che si può lavorare tutto il giorno e continuare tutta la notte.
Una volta, Gaetano era tornato a Perugia, facemmo due edizioni una dopo l’altra. Lavorando fino alle 7 del mattino. Uscimmo dalla redazione e andammo in edicola a prendere la prima edizione, fragrante e fresca di stampa. Profumata di inchiostro e piombo. 

Era anche questa l’eredità di Gaetano. Che non era un uomo facile. Era un caporedattore tagliente, decisionista, durissimo. 
Ricordo, erano i primi tempi, un giorno per un articolo di sindacale serviva la foto di un dirigente della Cisl, mi sembra si chiamasse Cavalli. La redazione del Corriere era nata da poco e non avevamo quella foto. All’epoca le foto erano su carta e non esistevano i telefonini smart. Dico a Gaetano: “Gaeta’ la foto non l’abbiamo. L’abbiamo cercata ma nessuno ce l’ha, nessuno. Non è possibile trovarla”. Gaetano di tutta risposta: “Sì, ma io la foto la voglio!”. Punto. Con un collega di avventura, Beniamino Mechelli, ci guardammo come se avessimo assistito all’eruzione di un vulcano.
Credo che proprio Beniamino si mise di nuovo a cercarla. E magia delle magie la sera si materializza la foto di Cavalli.
Incredibile. Ancora un insegnamento: mai dire che una cosa è impossibile. Mai dire non si può.

Capimmo pure che, per ovvie ragioni, un giornale ha una gerarchia ferrea. Che si può discutere per pochi minuti, ma poi il giornale deve andare in stampa e qualcuno deve decidere cosa fare. E in ogni caso: meglio una decisione errata che nessuna decisione. Perché se la rotativa, che costava miliardi, stava ferma si perdevano tot milioni al minuto.
Insomma il Corriere di Viterbo è stata una scuola di giornalismo sul campo. E Gaetano, il ruvido Gaetano, l’aspro Gaetano era il maestro di quella scuola di tipo militare. Indiscusso e indiscutibile. Ma anche capace di gentilezze e attenzioni inaspettate.

Ovviamente col tempo noi diventavamo più giornalisti e le discussioni c’erano eccome. Con tanto di pugni sui tavoli e minacce di ricorrere all’ordine pur di far uscire una notizia. Ma Gaetano non c’era già più in redazione. È del tutto evidente che la disciplina ferrea iniziale serviva a Gaetano anche per tenere insieme un gruppo di giornalisti in erba, non padroni del mestiere. Operazione non facile, perché in realtà molti neogiornalisti erano già uomini sui trent’anni con le loro idee sia in fatto di giornalismo che di politica.

Gaetano Messina

Gaetano Messina


Tutto poi era condito dalle nuove tecnologie. I Mac sul tavolo, i corrispondenti più importanti col modem per mandare i pezzi, i poligrafici che impaginavano direttamente in redazione e battevano i pezzi dettati al telefono o al dimafono dei corrispondenti dei paesi più piccoli.
Il problema più difficile da risolvere: le foto. Non c’erano le foto digitali. Inimmaginabile è? Era così: le foto le faceva la nostra reporter storica Tiziana Pagnanelli, ma ce ne sono stati altri di fotografi, con la sua reflex. Venivano stampate in una cameretta oscura, col mio ingranditore. Un Lupo credo, che deve avere ancora qualche collaboratore del giornale. Prima si facevano i provini per contatto, poi le foto buone venivano stampate e venivano spedite a Perugia con una macchina che leggeva i bianchi e i neri, trasformandoli in  bit e inviava tutto su una linea punto punto. O qualcosa del genere. Le foto venivano appiccicate su un cilindro di metallo che ruotava vertiginosamente e l’immagine veniva “letta” da un sensore. A quel punto veniva spedita in pacchetti di bit.
Anni di transizione giornalistica e tecnologica. Che sembrano lontani anni luce. Di lì a pochi anni dopo sarebbe arrivato il digitale e le foto nascevano già in forma di bit.

Il Corriere di Viterbo di Gaetano Messina in quel tempo è stato tutte queste cose. E molte altre cose.

La chiusura del giornale era sempre dopo mezzanotte. Si viveva il lavoro come nei grandi giornali di una volta. C’era un giornalista di chiusura che doveva affiancare il poligrafico e aveva potere di vita e di morte su titoli e pezzi. Doveva risolvere qualsiasi problema si presentasse. Il giornale deve uscire. Inizialmente un lavoro questo fatto direttamente da Gaetano e i suoi uomini. Perché delicatissimo. Poi subentrarono i viterbesi. E la notte, chiuso il giornale, spesso si andava a cena insieme in un ristorante aperto fino a tardi, forse anche per noi, in via della Cava. E si continuava a chiacchierare, dell’edizione appena chiusa, di storie passate in redazioni lontane, di vita, di passioni, di amori da giornalisti. In un’atmosfera che mai più ci sarà. 

Sul piano giornalistico Gaetano era un esperto di quello che definisco un giornale popolare locale.
Andando contro la tradizione paludata: prima la cronaca, poi la politica. Come fece di lì a qualche anno Mentana col Tg5.

Un giornalismo moderno che a Viterbo non s’era mai visto. Il titolo principale del primo numero del Corriere del 3 giugno 1989 recitava: “Aids strage, 7 morti”. Sommario: “Fra le vittime una mamma e la sua bambina”. Occhiello: “Oltre ogni immaginazione a Viterbo i decessi dovuti al virus”. Titolo durissimo. Pesante come un macigno. Una esplosione di sensazioni feroci. Che sconvolse la città. Poi, sotto, un altro titolo sulla violenza sui bambini. Ma questo era il marchio di fabbrica di Gaetano. 

Il primo numero del Corriere di Viterbo

Il primo numero del Corriere di Viterbo


Un giornalismo asperrimo, senza fronzoli e durissimo. Che appariva distantissimo dalla sonnolenta città che era Viterbo.
Ma la formula, forse un po’ addolcita, resse e il giornale si impose.
Con Gaetano poi ci perdemmo di vista per molti anni. Io ebbi altre esperienze e lui pure. Ci risentimmo qualche volta per telefono, non ricordo più cosa diede l’occasione. Mi fece i complimenti per Tusciaweb. Complimenti di un giornalista vero e aspro. Raro pure a fare complimenti. 
Ciao Gaetano. E grazie.

Carlo Galeotti


 – È morto il giornalista Gaetano Messina


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