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Viterbo – Genio e sregolatezza, processo d’appello al via per i sei imputati del primo filone di “appaltopoli”.
In primo grado sono stati condannati complessivamente a dieci anni e cinque mesi di reclusione, con pene da un minimo di sei mesi a un massimo di tre anni e nove mesi.
I due principali imputati, ovvero i funzionari del genio civile Roberto Lanzi e Gabriela Annesi, sono stati inoltre condannati a risarcire in solido anche le parti civili Regione Lazio e comune di Vignanello. Per Lanzi provvisionale di 20mila euro, per Annesi di 10mila.
Sono passati nel frattempo oltre quattro anni dalla condanna di primo grado del 30 aprile 2018 e quasi dieci dalla maxi operazione sfociata in tredici misure cautelati e una cinquantina di indagati a piede libero, nell’ottobre-novembre 2012, per fatti risalenti al 2010.
Alla sbarra finirono in otto, tra amministratori, imprenditori e i due funzionari del genio civile. L’epilogo furono sei condanne e due assoluzioni, dopo una camera di consiglio fiume, durata sette ore.
Le condanne
– Roberto Lanzi, funzionario del Genio civile: 3 anni e 9 mesi, più una confisca di 5mila e 900 euro di beni (assolto per undici capi di imputazione, prescritti due)
– Adriano Santori, ex sindaco di Graffignano: 2 anni e 2 mesi (assolto per un capo di imputazione, prescritti due)
– Gabriela Annesi, funzionario del Genio civile: un anno e 6 mesi (assolta per quattro capi di imputazione)
– Luca Amedeo Girotti, imprenditore: un anno (assolto per tre capi di imputazione)
– Fabrizio Giraldo, imprenditore: un anno e 6 mesi (assolto per un capo di imputazione, prescritto un capo di imputazione)
– Angelo Anselmi, imprenditore: 6 mesi (prescritti tre capi di imputazione)
“In via preliminare – ricorda l’avvocato Samuele De Santis, che assiste Annesi – si chiede di dichiarare nulla la sentenza in quanto in violazione di nullità non sanate per omessa discovery a seguito di richiesta di giudizio immediato per mancato deposito delle registrazioni delle intercettazioni presso la segreteria del pubblico ministero così come eccepita in primo grado e disattesa dal collegio”.
A distanza di tanto tempo, considerando la prescrizione, restano in ballo le statuizioni civili a carico di Lanzi e Annesi, a proposito delle quali i difensori Carmelo Ratano e De Santis, presentando ricorso in appello, dissero: “Non si è dedotta alcuna prova dell’avvenuto danno così come lamentato dalle parti civili costituite, in quanto la presunzione di danno d’immagine così come rappresentata in sentenza è sorretta da una motivazione del tutto apparente che non si concretezza in alcun articolo di giornale o pubblicazione che sia stata oggetto del presente procedimento. Avrebbero dovuto, le parti civili o la pubblica accusa, dedurre la prova della propalazione mediatica dell’indagine così come portata all’opinione pubblica cosa che non esiste”.
I legali tornano inoltre a puntare il dito contro le misure cautelari del 2012 per fatti del 2010. “Peraltro reiterate dopo essere state annullate, in violazione di qualsiasi principio dell’attualità della misura”, si legge nel ricorso alla corte d’appello.
Si torna in aula il 20 ottobre.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


