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“Cani del sindaco ammazzati a bastonate, ecco come siamo risaliti ai Pira”

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Dario Pomarè, l'ex sindaco di Farnese

Dario Pomarè, l’ex sindaco di Farnese

Farnese - Il terreno di Dario Pomarè devastato

Uno dei due cani uccisi

Farnese - Il terreno di Dario Pomarè devastato - Il motocoltivatore incendiato

 Il motocoltivatore incendiato

Farnese - Il terreno di Dario Pomarè devastato

Il terreno di Dario Pomarè devastato

Farnese - Il terreno di Dario Pomarè devastato

Uccisi anche animali da cortile

Farnese - Il terreno di Dario Pomarè devastato

Tagliate decine di piante di olivo

Farnese - Il terreno di Dario Pomarè devastato

Farnese – Il terreno di Dario Pomarè devastato

Farnese – (sil.co.) – “Cani del sindaco ammazzati a bastonate, ecco come siamo risaliti ai Pira”. Lo hanno raccontato in tribunale la settimana scorsa due dei carabinieri che hanno condotto le indagini sfociate esattamente sette anni fa nell’arresto dei tre imputati.

Doveva essere una udienza fiume quella fissata nel pomeriggio di martedì scorso, il 19 luglio. Da dedicare all’ascolto di ben sette testimoni dell’accusa sulla vicenda dei due cani dell’ex sindaco di Farnese, Dario Pomarè, ammazzati a bastonate nel febbraio del 2015.

Ma a causa dell’ora tarda, dovuta alla consueta gran mole di processi, la giudice Daniela Rispoli – che, fresca di trasferimento dal tribunale di Cuneo a quello di Viterbo, è l’ultima ad avere ereditato la causa – ha potuto sentirne solamente due.

Testimoni due dei carabinieri che si sono occupati delle indagini sui tre imputati, i fratelli Marco e Paolo Pira e l’ormai ottuagenario padre Antonio.

I tre allevatori d’origine sarda sono accusati di stalking, uccisione di animali, detenzione illecita di armi, caccia di frodo, detenzione esplosivi, furto, furto di armi (un fucile rubato nel 2013 a Valentano), abigeato e danneggiamento.

Nel frattempo proprio in questi giorni ricorre il settimo anniversario dell’arresto da parte dei carabinieri, scattato il 28 luglio 2015, nell’ambito dell’operazione Terra Madre. 

Al termine dell’udienza, la giudice Rispoli ha rinviato il processo al 23 marzo 2023, disponendo per quella data la citazione di tutti i testimoni di accusa, parte civile e difesa, visto che saranno nel frattempo trascorsi già oltre otto anni dai fatti contestati agli imputati. 

Durante la notte del 19 febbraio 2015 erano state abbattute 160 piante di ulivo, incendiato un casale agricolo di 28 metri quadri, un trattore, un rimessaggio agricolo, uccisi a bastonate due cani da caccia e alcuni animali da cortile di Dario Pomarè, all’epoca dei fatti capogruppo di maggioranza Pd.

Il 22 febbraio 2015, sempre in ore notturne, nel centro abitato di Farnese e nei pressi dell’abitazione di Pomarè, fu completamente distrutta da un incendio una Fiat Panda di proprietà del politico.

L’operazione “Terra madre” ha visto impegnati 40 militari del comando provinciale di Viterbo, due unità cinofile per la ricerca di esplosivo e un elicottero del Rac di Pratica di Mare che ha sorvolato l’area interessata.

Nel corso delle perquisizioni sono stati rinvenuti e sequestrati a carico degli indagati, meticolosamente nascosti, circa 500 proiettili a palla singola, 3 cartucciere, diversi pugnali del genere proibito, un puntatore laser notturno e 4 passamontagna.

In base a quanto emerso dalle intercettazioni ambientali, i Pira (difesi dagli avvocati Angelo Di Silvio e Giuseppe Picchiarelli) avrebbero avuto in animo di “punire” oltre all’ex sindaco (parte civile al processo con l’avvocato Elisabetta Centogambe) tutta una serie di persone, addirittura una quarantina, che avevano compilato una lista, di cui Pomarè era “capofila”, per veicolare il sindaco in carica e la Regione Lazio all’assegnazione degli usi civici. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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