Ronciglione – Esattamente un anno fa, il 19 luglio 2021, Andrea Landolfi è stato assolto con formula piena dall’accusa di omicidio volontario e omissione di soccorso.
Landolfi è il pugile romano 33enne (difeso dagli avvocati Daniele Fabrizi e Serena Gasperini) imputato della morte della fidanzata Maria Sestina Arcuri, la parrucchiera 26enne originaria di Nocara, in provincia di Potenza, precipitata col fidanzato dalle scale di casa della nonna Mirella Iezzi, in via Papirio Serangeli a Ronciglione, dove la coppia stava trascorrendo il weekend col figlioletto di lui di 5 anni, la notte tra il 3 e il 4 febbraio 2019.
Rimesso immediatamente in libertà tra le lacrime dei familiari, è stato condannato a 4 anni di reclusione per lesioni alla nonna.Dopo oltre dieci ore e mezza di camera di consiglio, i sei giurati popolari della corte d’assise presieduta dal giudice Eugenio Turco, Roberto Colonnello a latere, alle 20,10 hanno emesso la sentenza.
Si è chiuso così il processo di primo grado per la morte di Maria Sestina Arcuri. Procura e difesa hanno presentato appello.
Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri
Il processo é entrato nel vivo con l’ascolto dei primi testimoni in pieno lockdown, il 14 maggio 2020, senza nemmeno la stampa in aula.
Maria Sestina Arcuri è morta mercoledì 6 febbraio 2019 all’ospedale di Belcolle, dopo un intervento chirurgico alla testa e due giorni di agonia. All’ospedale di Viterbo è giunta in ambulanza verso le 7 di lunedì 4 febbraio. L’allarme al 118 è giunto alle 5,56, quattro ore dopo la caduta.
Andrea Landolfi è finirlo in carcere sette mesi dopo quella maledetta notte tra il 3 e il 4 febbraio di tre anni fa. Il 33enne, per cui la procura di Viterbo ha chiesto l’arresto un mese dopo la tragedia, non appena depositato l’esito dell’autopsia, secondo cui la fidanzata è stata uccisa, è rimasto in carcere dal 25 settembre 2019 al 19 luglio 2021.
Processo Landolfi – La gioia dopo la sentenza
Non fu femminicidio, ma un tragico incidente
“Un tragico incidente che ha visto Andrea e Sestina cadere rovinosamente giù per le scale, con conseguenze rivelatesi fatali per uno di loro”. Lo mettono nero su bianco nelle 83 pagine delle motivazioni della sentenza i due giudici togati della corte d’assise del tribunale di Viterbo che lo scorso 19 luglio ha assolto Andrea Landolfi Cudia dalle accuse di omicidio volontario e omissione di soccorso per cui il pubblico ministero Franco Pacifici aveva chiesto una condanna a 25 anni.
Né femminicidio, né omissione di soccorso: “Landolfi, lungi dall’abbandonare la compagna, ha prestato alla stessa l’assistenza che appariva congrua sulla base di quella che nel corso della notte è stata la percezione della natura e della gravità del suo malessere”.
Dito puntato contro l’audizione protetta del figlioletto di Andrea. “Non si può non osservare, peraltro, che l’esame effettuato in sede di indagini, durato oltre due ore (…) avrebbe dovuto essere opportunamente evitato perché in suo luogo si svolgesse – nel contraddittorio tra le parti – nella sede dell’incidente probatorio e in un unico ed approfondito esame (…) una prova che avrebbe potuto essere decisiva”.
“Solo per completezza di esame – fanno notare i giudici – deve rilevarsi, incidentalmente, che il minore, ad ogni modo, nel proprio esame ha affermato l’esatto contrario di quella che è l’interpretazione delle sue parole offerta dalla pubblica accusa”.
“La ricostruzione della dinamica per cui la Arcuri sarebbe stata sollevata e lanciata con forza dal parapetto sito di fronte ai primi gradini della rampa più alta e avrebbe compiuto un volo fino al rialzo ove era sito il camino – si legge – è del tutto inverosimile, non coerente con lo stato dei luoghi e con tutte le lesioni riscontrate sul corpo della ragazza”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

