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Viterbo – Santa Rosa è passata, anche se qualche strascico è rimasto. Magari solo come un’eco o un rimbombo; si vedrà. E allora parliamo dell’immediato futuro intorno a noi.
Destra e sinistra sono due tradizionali schieramenti politici che datano alla Rivoluzione francese e ai confronti politici del XIX secolo, quando i conservatori e i progressisti si sistemarono ai lati opposti delle camere legislative. Di conseguenza, chi condusse battaglie più moderate finì per collocarsi, fisicamente e idealmente, al centro. In Italia, nel dopoguerra la Dc si pose come alternativa sia alla destra nostalgica del fascismo, sia alle derive sovietiche del Pci e, talvolta con complicati equilibrismi, riuscì a governare di fatto la scena politica della prima repubblica per quarant’anni. Ma poi la società italiana è cambiata, e sono cambiati i soggetti politici; negli anni ’90 si è parlato di seconda repubblica, a vario titolo, enfatizzando ora la riforma elettorale, ora la nascita di nuovi partiti, ora il ruolo sempre più determinante della televisione.
Ma il nuovo secolo – e millennio – ha rimescolato ancor più le carte, di fronte ad una società sempre più “incerta”, “liquida”, “ complessa”, in continuo e rapido cambiamento e soggetta a nuove consuetudini accelerate dall’esplosione dei nuovi media. Affidarsi troppo fiduciosamente alle categorie tradizionali della politica può significare, allora, condannarsi ad una sorta di miopia, di stereotipizzazione di una realtà molto più dinamica, mutevole e contraddittoria. Le nostalgie (e le rendite di posizione) sono dure a morire, così c’è chi esplicitamente o surrettiziamente ancora guarda alle definizioni del passato; ma quanti si sentono “di sinistra” solo perché membri della classe operaia, perché vicini ai marginali, o perché intimamente e filosoficamente “rivoluzionari”? Quanti si sentono di destra solo perché celebrano il trio “Dio, Patria e Famiglia” o perché esaltano i costumi cosiddetti “morigerati”? Queste distinzioni stanno diventando ormai più folklore politico che realtà effettiva.
Nei partiti tradizionali, in specie a sinistra, si lamenta la crisi della sana politica, di quella operosa che si formava nelle sezioni di partito; ma i social media ormai capovolgono le prospettive, le prassi, le forme di persuasione e di reclutamento, le modalità stesse della partecipazione. Si pensi al caso del movimento dei Cinquestelle: nato sul web, guidato da un ex comico incline al populismo e da un esperto di strategie di rete, gestito in massima parte online e semmai radunato talvolta nelle piazze con lo stile spontaneista del flashmob. Un movimento che ha rifuggito le tradizionali collocazioni destra/sinistra per praticare un “nuovismo” fondato su una critica violenta contro la politica tradizionale e caratterizzato da una insistita trasversalità populista. La fungibilità ideologica dei Cinquestelle – si pensi ad un Conte che riesce a governare in rapida successione sia con la destra che con la sinistra – è il segnale che eventuali distinzioni politiche vanno cercate altrove, o meglio adottando criteri di valutazione differenti. Eppure non hanno resistito nemmeno i Cinquestelle: si sono trasformati in “partito”, hanno riesumato i rituali del “culto della personalità”, sono riemersi i differenti referenti ideologici da cui provenivano i vari leaders, sono caduti uno a uno nelle trappole della litigiosità di parte.
Ma i partiti, di tutto ciò, si rendono conto? Sembra di no. Nonostante i cambiamenti in atto negli indicatori identitari e nelle forme di partecipazione, nella loro condotta i partiti restano fortemente ancorati ad una visione tradizionale della politica, ad una prassi stantia, ad una ripetizione di rituali che alla fine salvaguardano le posizioni consolidate dei soliti noti. Ma in tal modo si distanziano dalla società civile e dai suoi reali problemi: si spiega allora perché il quaranta per cento degli elettori si stia disamorando definitivamente, si stia rendendo conto di trovarsi fronte – tanto per ispirarsi ad Hegel – alla notte di una pantomima dove il colore delle vacche diventa sempre più scarsamente distinguibile.
Ha ragione Ernesto Galli Della Loggia quando tempo fa, su Il Corriere della sera, notava che il problema non può più essere affrontato nei termini ingessati di una sinistra progressista e riformista versus una destra reazionaria e conservatrice. Chiunque vada al potere dovrà essere riformista in certi settori e conservatore in altri, e non perché lo dicono certi referenti ideologici, ma perché lo chiede il mondo, che è – soprattutto oggi – il nostro ambiente di vita; e non perché stiamo diventando qualunquisti, ma perché la realtà sociale, economica e politica che ci circonda è complessa, non si può tagliare con l’accetta, ma va saggiata con il bisturi.
Potrebbe essere utile ricordare, per comprendere meglio la questione, il contributo di un illustre sociologo e filosofo tedesco, Karl Mannheim, che già negli anni Trenta del ‘900 aveva lucidamente distinto fra utopia, sempre riformatrice e innovativa, e ideologia, sempre conservatrice. Osservando la Storia, Mannheim notava che qualsiasi movimento rivoluzionario e utopico, dopo aver demolito il precedente assetto, si era preoccupato di consolidare il proprio potere attraverso una rigida rielaborazione ideologica, diventando di fatto conservativo. Era accaduto al liberalismo quando aveva demolito la società feudale, ma aveva poi governato in termini conservatori e classisti; era successo con il socialismo marxista che, dove aveva preso il potere per dare libertà al popolo, si era trasformato in una dittatura; con l’idealismo futurista, trasformato in bieco fascismo alleato dei poteri forti; e potremmo aggiungere che rischia di accadere con il politicamente corretto se questo giunge a certi improbabili pogrom intellettuali. Così oggi in Italia tutti i partiti hanno a che fare con questa complicata dinamica di spinte innovative e spinte conservative a seconda che si stia al governo o all’opposizione.
Soprattutto nell’attuale temperie. La nostra è una società di individualisti: competitivi e un tantino litigiosi; certamente aperti al nuovo, certamente solidali, ma allo stesso tempo molto sensibilizzati (a torto o a ragione) alla propria sicurezza, in senso lato, quindi gelosi dei propri interessi particolari; pronti a spararle grosse sui diritti e sulla libertà ma inclini a trasformare la libertà in licenza e sempre meno attenti ai doveri. Senza contare le “tempeste perfette” che si sono abbattute negli ultimi anni sul pianeta: dalla difficile soluzione delle migrazioni al terrorismo islamico, dallo stravolgimento delle identità economico-finanziarie alla crisi ambientale, dall’esplosione della pandemia a quella insensata guerra ucraina che tra l’altro sta costringendo a rivedere tutti i piani energetici appena redatti alla Cop 26 di Glasgow.
In questi casi l’etichetta ideologica conta fino ad un certo punto, può essere una coperta di Linus per mascherare le proprie incertezze, per accedere a certi ambienti sociali e culturali, per riconoscersi in una appartenenza e proteggere una propria identità altrimenti messa a dura prova da incontrollabili cambiamenti. Insomma, sia la Destra che la Sinistra, se ambiscono al potere, si guardino dall’essere conservativi, ma allo stesso tempo non mettano in ambasce il bisogno di certezze e di sicurezze che esprimono oggi gli italiani, con una pandemia difficile da decifrare; con una situazione internazionale che mette a repentaglio redditi e consumi; con una percezione allarmata della sicurezza sociale e individuale; con una apertura al nuovo vissuta con curiosità, con speranza e con senso di giustizia, ma anche con diffidenza.
Certi motti non reggono più alla Storia.
A destra, il rapporto con Dio si fa sempre più personale e certamente non integralista, la Patria la si interpreta ormai nel contesto dei patti e delle alleanze internazionali, la Famiglia si è trasformata ampiamente nei ruoli, nelle gerarchie e nella durata, l’ordine pubblico è convertito al riconoscimento delle differenze e la tradizione è vista come una risorsa culturale piuttosto che come un’opzione politica. I neofascisti non sono più considerati, come da taluni a destra, dei “camerati che sbagliano”, ma degli sconsiderati e scomodissimi provocatori.
A sinistra il capitalismo è considerato ormai come espressione di liberalismo operoso in necessario connubio con il sindacalismo, la classe operaia è ampiamente assorbita in un ceto medio ben più interessato alle conseguenze dell’inflazione che alle logore minacce del classismo; la lotta alla povertà e l‘inclusione si fanno con il solidarismo operoso piuttosto che con i rituali di piazza; la tolleranza, l’uguaglianza e la giustizia sociale non esulano dall’ ordine pubblico; la difesa ambientale tiene conto non solo dei grandi disegni epocali ma anche delle esigenze di un vissuto contingente; e il cambiamento si interpreta come istanza dei tempi storici piuttosto che come principio ideologico. Gli anarco-insurrezionalisti non sono più considerati, come da taluni a sinistra, dei “compagni che sbagliano”, ma degli sconsiderati e scomodissimi provocatori; ma anche i critici da salotto in servizio permanente effettivo ormai sono più folklore letterario che altro.
Sicché ogni governo di destra sarà sempre un governo di centro-destra e ogni governo di sinistra sarà sempre un governo di centrosinistra; l’alternativa è l’autocrazia, la falsa democrazia alla Putin, alla Orban, alla Ortega o alla Bolsonaro e a vedere le periodiche “uscite” di alcuni di costoro (quelle sulla donna che studia troppo, in Ungheria, è di un retrivo madornale) non sembra una prospettiva particolarmente gradita alla stragrande maggioranza degli elettori italiani.
Né è esportabile la soluzione “civica”, tanto apprezzata a livello comunale perché indirizzata alla soluzione di problemi piuttosto che alla ripetizione degli scontri ideologici a livello nazionale. Essa conduce infatti quasi sempre ad un “uomo solo al comando”, al “partito di Tizio”. Nell’epoca degli influencer carismatici e degli esibizionisti da talkshow, è una moda che non andrebbe incoraggiata… olezza di culto della personalità e di mito del salvatore della patria che, a meno di non chiamarsi Draghi, ricordano un fosco passato che ha fatto già abbastanza danni.
Peraltro, c’è in bilico la credibilità di un governo che di questo passo rischia di non essere rappresentativo e legittimato dal Paese neppure se occupasse tre quarti degli scranni parlamentari. All’orizzonte si intravede infatti una maggioranza silenziosa, di almeno un terzo degli elettori, che darà spazio suo malgrado a quel governo solo in virtù di uno sdegnato, deluso e rassegnato ritiro dalla partecipazione elettorale, e che non a caso aveva visto in Draghi un “tecnico” di grande valore internazionale che non menava il can per l’aia con i soliti discorsi impregnati di retorica ideologica.
Forse allora sarebbe opportuno che il novello decisionismo di taluni fosse sempre accompagnato da un discernimento intelligente della realtà. Forse sarebbe opportuno che la politica fosse più chiara e leale, meno condizionata dagli accordi di corridoio; dalle manovrine personalizzate; dai sorridenti faccioni sui simboli di partito; dagli isterismi e le sgomitate di corrente; dall’autoreferenzialità; dalle battute davanti all’ennesima telecamera, provate e riprovate in studio e poi espresse al volo come se fossero ispirate al momento; dall’opportunismo ideologico di certo reazionarismo o di certo nuovismo; dal conflitto tra competenza vera e abilità volpina a restare a galla ovunque e comunque. Meno facce, meno parole d’ordine e più idee, insomma.
Presto ne sapremo di più.
Francesco Mattioli
