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Viterbo – Lunedì 26, Day After.
Settembre e il poeta avrebbe detto: “È tempo di migrare”. Si ma dove? Una domanda che è nella storia individuale e collettiva degli italiani. L’8 del 1943 furono Badoglio ed il re, migrato poi davvero in Egitto, a cambiare la segnaletica nazionale. Fino al 7 con i tedeschi contro gli anglo-americani. Quel giorno, il rompere le righe e ognuno dove voleva o poteva.
Sarà così anche lunedì, quando verrà comunicato l’esito dei questo voto maturato in una campagna elettorale tanto breve quanto invasiva con giornali e soprattutto tv in ogni momento e fin nelle stanze più intime delle case? Può darsi, a giudicare dalla diversità delle ricette dei partiti ed alle prescrizioni volutamente più omeopatiche o di placebo quando all’organismo servirebbero cure da cavallo. Almeno se è vero che c’è la guerra, che siamo in guerra anche noi, perché solo una miopia autoprocurata potrebbe fare credere che siano i poveri militari ucraini a resistere o avanzare e non altrui soldi, armi, strateghi, tanto da farne ipotizzare un ruolo di combattenti per procura. Rilasciata da chi? Dall’Occidente e anche da noi, seppure in retroguardia ed utili alla causa più per far massa che per apporto determinante.
Dunque, da lunedì 26 avremo certamente più chiaro – visti gli orientamenti delle forze dominanti in ciascuno degli schieramenti politici e le ultime minacce dell’aggressore russo – che siamo tra i belligeranti di fatto e della guerra viviamo e sempre più vivremo il clima, gli obblighi, gli svantaggi, i danni destinati a durare a lungo insieme ai pericoli aggravati dall’essere arsenale, anche atomico, per la miriade di basi militari ospitate da Aviano a Sigonella. Pericoli e danni collaterali in economia, cioè in quello che potremo comprare, vendere, assicurarci, per mantenere le comodità conquistate da quando ci convincemmo che una guerra sarebbe stata talmente irrazionale da relegarla nei libri di storia. Invece ci siamo.
Certo attualmente si spara in territori ben lontani da noi anche culturalmente, ma le armi, quando ad azionarle sono capi che la legge marziale può trasformare in dittatori, non fanno distinzione tra alfabeti cirillico, arabo o cinese. Ci siamo perché sarebbe più che scorretto preferire alla democrazia di altri (meglio, di alcuni altri, perché in Siria o in Myanmar e perfino con la Libia, così vicina per storia e geografia, non è così) i condizionatori nostri d’estate e il calore quando fa freddo. Per non dire dei forni e dell’energia per produrre, magari fidando nella globalizzazione che pur essa non se la passa molto bene. Dunque, da lunedì 26, i dilemmi sul che fare, con chi, dove e come torneranno facendo ricordare che di 8 settembre non ce n’è uno solo.
Guerra e stridore di denti? Probabile, così com’è possibile che molti saranno tentati di migrare negli spazi imprevedibili in cui obblighi e norme del comunque sempre non facile stare insieme si calpestano chi, per mestiere, studia queste cose avverte che il 46% delle famiglie non riuscirà a fare fronte a una spesa imprevista di cinquemila euro e, se è vero che una famiglia su quattro è impegnata ad assistere un malato cronico, basterebbe chiederle quanto insufficiente e pure irrinunciabile sia una tale somma.
Previsioni di economisti che, per definizione, non sono i più attendibili in attività profetiche? Può darsi almeno a ricordare spiagge e ristoranti pieni di qualche decina di giorni fa ci sarebbe da non credergli. Ma intanto, dopo gli aumenti dei tassi, cioè di quanto costa comprare quel bene insostituibile che sono i soldi, le banche stanno già ricalcolando al rialzo le rate di mutuo in scadenza. Arriviamo, dunque, al voto intontiti da professionisti – in proprio – della politica che – come il premier britannico Disraeli descriveva il rivale Gladstone – non dicono mai ciò che pensano, ma pensano sempre a ciò che dicono, per dirlo in modo che nessuno sappia cosa pensarne.
Lunedì 26, stante la situazione, però game over, les joeux sont faites e nell’antica e più romanamente “non ci sarà più trippa per gatti”.
Chiunque vinca le elezioni non potrà governare con le parole. “Gli onorevoli del pronto discorso, gli ossessionati dalla notorietà, quelli che non hanno niente da dire e lo dicono troppo spesso”, scriveva anni fa Enzo Biagi. Oggi siamo messi meglio, almeno dal punto di vista numerico. I parlamentari, infatti, da 945 sono scesi a 600 e Roma non è ancora Sodoma, quella città in cui neanche il Padre eterno riuscì a trovare almeno un “giusto”.
Così speriamo, anche dopo il voto di questa domenica.
Renzo Trappolini
