|
|
Viterbo – Doveva essere ai primi di marzo del 1978. Il luogo (non ricordo bene) forse il palazzo di Donna Olimpia a porta San Pietro, dove i facchini di santa Rosa si ritrovavano qualche volta. Era una riunione per l’istituzione del sodalizio dei facchini, che nell’aprile di quell’anno sarebbe stata poi cosa fatta. C’era Nello Celestini, l’anima del progetto, c’era Rosario Scipio, un altro entusiasta dell’idea, c’era Mario Prosperoni, medico storico dei Facchini, c’era anche Giuseppe Zucchi, il creatore del sublime Volo d’angeli d’allora, seppure con le sue burbere riserve su alcuni dei dettagli del progetto. E c’erano alcuni dei grandi facchini d’allora, gli amici più fidati di Nello.
Io che ci facevo lì? Avevo chiesto a Nello Celestini di poter studiare il gruppo dei facchini, e sembrava estremamente interessante poter vedere da vicino come questo gruppo si stesse trasformando in un soggetto sociale attivo, un protagonista pronto a prendersi la scena del trasporto, del quale fino a quel momento era stato mero esecutore.
Dopo qualche mese avrei partecipato a un convegno internazionale in Puglia, dedicato alle principali manifestazioni del folclore e volevo andarci raccontando la Macchina di Santa Rosa e i facchini.
Avevo conosciuto Nello quando, assieme a vari amici appassionati di fotografia, avevamo chiesto di poter accedere alle varie attività dei facchini (oltre al trasporto, le prove di portata, il giro delle chiese eccetera) per creare un documentario fotografico che avremmo poi proposto al pubblico nella sala conferenze della provincia. Il documentario, intitolato Quella sera del tre, aveva dato anche il titolo all’inno dei facchini ideato dal figlio di Nello, Lorenzo.
Ho voluto riproporre questo ricordo perché mi sono tornate in mente alcune frasi d’allora, che dovrebbero restare nella memoria di ogni viterbese. Cerco di ricostruirle nel modo più fedele.
Nello: “Vedi France’, qui non è questione di fare un’associazione tanto per fare politica. Noi dobbiamo creare una cosa che dia forza alla macchina, che la faccia essere il simbolo di Viterbo e dei viterbesi anche fuori, in tutto il mondo, che ci faccia essere sempre più orgogliosi, ma anche sempre più innamorati di santa Rosa”. Quel mangiapreti di Nello, innamorato di una santa e dei suoi miracoli…
E Scipio: “Professo’, qui stiamo facendo la storia della macchina, perché quando ci sarà il sodalizio sarà tutta un’altra cosa. Niente politica e più devozione, più entusiasmo e soprattutto più organizzazione”. Aveva capito tutto e indicato la strada.
Credo che non solo avessero ragione. Ma che, pur tra un problema e l’altro, siano stati anche buoni profeti.
Francesco Mattioli
