Viterbo – “Nonostante le prove raccolte da me e mia moglie, le istituzioni non fanno niente per fermare gli spacciatori e aiutare mio figlio a uscirne”. Grida con un filo di voce tutta la sua disperazione un padre che da anni, quando era ancora minorenne, sta combattendo la sua battaglia per salvare dalla droga il figlio che ora teme di avere definitivamente perso.
“Ho chiesto aiuto a tutti, carabinieri e polizia, guardia di finanza e magistrati. Ho prodotto montagne di prove. Siamo arrivati che mio figlio, poco più che ventenne, sta in prigione”, spiega Marco, nome di fantasia, che fa l’artigiano e vive con la famiglia in uno dei borghi del Viterbese tra la Maremma e il mare.
Polizia, finanza e carabinieri – foto di repertorio
“In carcere invece che in comunità”
“Forze dell’ordine e magistrati – prosegue Marco – dicono di avere le mani legate. Intanto mio figlio, che è tossicodipendente, è finito in carcere invece che in una comunità di recupero, dove ho chiesto che potesse essere inviato mentre era agli arresti domiciliari, prima dell’aggravamento della misura”.
Misura dovuta a presunti maltrattamenti in famiglia nei confronti della convivente, ma strettamente collegata, secondo il padre, al consumo di stupefacenti e non solo da parte della coppia.
“La droga in famiglia distrugge anche i morti”
“Ho prodotto 7 giga di registrazioni audio, segnalato piazze di spaccio, pusher, i quartieri dove si riforniscono a Roma, le grotte e gli anfratti dove nascondono lo stupefacente, le macchie del litorale dove avvengono cessioni e consumo sul posto di sostanze. Tutto inutile, anzi vengo redarguito per le mie ‘indagini’, come se un padre non dovesse fare di tutto pur di salvare un figlio prima che sia troppo tardi”, spiega Marco a Tusciaweb.
“Quando un familiare chiede aiuto perché nessuno interviene?”, si sfoga il genitore. “Siamo lasciati soli – sottolinea – soli in un disastro che riguarda tutto e tutti, perché quando la droga entra in casa, all’interno di una famiglia, distrugge anche i morti”.
“Io non faccio lo sceriffo”
“Sono 7-8 anni che litigo con le autorità, sono 7-8 anni che io e la madre facciamo appostamenti, sono 7-8 anni che comunico a polizia, carabinieri, finanza, dove si trovano le piazze di spaccio, da Canino a Grosseto, da Capalbio a Montalto, da Arlena a Tuscania, addirittura Perugia e Foligno, ma tutti rifiutano la nostra richiesta di aiuto e la nostra comunicazione di tragedia. Un maresciallo dei carabinieri, comandante di stazione, mi ha risposto: ‘Io non faccio lo sceriffo'”.
“Una escalation di violenza per alcol e droga”
“A causa del mix di psicofarmaci, droga e alcol che assume, mio figlio negli ultimi tempi è diventato sempre più aggressivo, ha dato più volte in escandescenze, una escalation di violenza di cui non ha memoria una volta tornato in sé – prosegue Marco – anche nei confronti della compagna, che ha gli stessi suoi problemi, dalla quale è stato disposto l’allontanamento. Loro hanno però continuato a stare insieme, nonostante tutto, e in seguito all’ultimo litigio, avvenuto in un luogo pubblico, mio figlio, che era ai domiciliari, ha avuto un aggravamento della misura, finendo in carcere”.
“Arrestato mentre speravamo in un centro di recupero”
“Mentre era ai domiciliari, senza braccialetto nonostante fosse stato disposto dal magistrato, abbiamo chiesto il ricovero presso una comunità, ma ci è stato detto che dovevamo essere noi a trovarne una disposta ad accoglierlo e poi fare istanza. Allora abbiamo cercato e trovato noi una comunità, che però ci ha chiesto documentazione del Sert, dove è stato fissato un appuntamento per il 12 settembre. Venerdì scorso, il 2 settembre, nel frattempo, mio figlio è stato nuovamente arrestato ed è finito in carcere”.
“Famiglie sole aspettando la morte”
“Intanto l’allontanamento è stato annullato dal giudice, perché il divieto di avvicinamento in realtà non è più attuabile, in quanto è lei che si è avvicinata a lui. Una cosa gravissima perché sotto effetto di psicofarmaci, birra e droghe, questo sia per lei che per lui, succede quello che è successo in un luogo pubblico e anche a casa”.
“Più volte è stata sfiorata la morte, io stesso più volte ho denunciato questa cosa. Tramite il difensore di mio figlio, ho presentato senza successo al giudice istanze perché mio figlio venisse disposto il ricovero in comunità. La verità è che le famiglie vengono lasciate sole nel disastro più totale, aspettando che succeda una tragedia, la morte, per un motivo o per un altro”.
Silvana Cortignani
