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Viterbo – Lobby del Sodalizio dei Facchini di S. Rosa? La questione è delicata, complessa. Agli attacchi del consigliere Marinetti, che peraltro si è scusato – durante le feste di S. Rosa forse siamo tutti un po’ eccitati… – risponderanno come meglio credono, e se vorranno farlo, il capofacchino Rossi e il presidente del Sodalizio Mecarini.
Il sottoscritto si permette di intervenire solo perché è stato vicino al Sodalizio, ai tempi della sua fondazione, proprio per studiarne il suo ruolo nel contesto del trasporto, ma anche oltre nel panorama sociale, culturale e finanche politico della città.
Fino alla fine degli anni ’60 i facchini (f minuscola) contavano poco nel trasporto; reclutati tra le fasce più popolari della città, erano poco adusi a pensare al trasporto al di là del mettere a disposizione la forza delle loro braccia. La stessa “formazione” era approssimativa e basata su una distribuzione dei compiti quasi spontanea. In realtà, era tutto il trasporto che risultava scarsamente strutturato, legato a poche ed elementari clausole organizzative.
Si diceva che il facchino diventava il viterbese più importante per un giorno, anzi per una sera. Ed era vero; dopo, per i successivi trecentosessantaquattro giorni, spariva nuovamente nell’anonimato della normalità quotidiana dei ceti più popolari.
Sono due i fattori che cambiarono questa situazione.
La svolta “fisica” fu il trasporto del Volo d’Angeli di Giuseppe Zucchi nel 1967. Una macchina bellissima, innovativa, affascinante, ma anche gigantesca, pesante e poco equilibrata, mai provata “su strada”; sarebbe stato necessario corredarla di ben altre forme di organizzazione e di verifica della formazione.
La svolta “sociale” fu determinata dall’arrivo di una nuova generazione di Facchini (f maiuscola) , molto più evoluti, più scolarizzati e soprattutto molto più sensibili alle forme della partecipazione sociale e ai processi di decentramento e di democratizzazione delle attività politico-culturali. Eh, c’era pur stato il Sessantotto, perbacco…
Di fatto, già a metà degli anni ’70 furono introdotte le prime forme di razionalizzazione del reclutamento dei facchini, le prove di portata, l’idea di una formazione con ruoli fissi, anche con l’aggiunta di nuove figure tra i portatori.
Ma c’era di più; si diffondeva l’idea che i facchini fossero non solo i maggiori responsabili del trasporto, ma anche coloro che avevano una maggiore esperienza personale sui dettagli organizzativi del trasporto stesso. Di qui, la necessità di reclamare un loro maggiore coinvolgimento, e i loro diritto a relazionarsi con gli amministratori, e con progettista e costruttore.
E di qui, la percezione di essere un elemento fondamentale e necessario, di essere veramente gli interpreti dei sentimenti della cittadinanza: solo attraverso il loro sforzo i viterbesi potevano esprimere la vera devozione per la loro santa patrona.
L’afflusso di gente specializzata, di più alto livello professionale e intellettuale, perfino la presenza di progettisti della macchina che erano stati anche tra i suoi portatori, forniva inoltre ai facchini la possibilità di elaborare autonomamente una loro nuova identità.
Il Sodalizio nacque così; per organizzare al meglio il trasporto, certo, ma anche per assumere un ruolo attivo, di soggetto interprete della festa; un ruolo per così dire “politico”.
Basta leggere gli articoli dello statuto, riconosciuto quasi subito anche dal comune, per capire che il ruolo del Sodalizio si giocava anche su altri tavoli. Non a caso, il Sodalizio fu il primo ad aprirsi alle altre “Macchine a spalla” del Paese, a stabilire legami e fratellanze al di là degli angusti confini della città. Per motivi che apparvero quasi ovvi, nel tempo il Sodalizio fu chiamato a partecipare alle riunioni tecniche per l’ordine pubblico durante il trasporto; assunse un ruolo centrale nella processione del 2 settembre; un suo membro divenne parte fissa del comitato per la scelta della nuova macchina. E per questi stessi motivi, diventando soggetto di politiche sociali e culturali, il Sodalizio estese la sua presenza ad eventi turistici, enogastronomici, letterari.
Insomma, il Sodalizio divenne una “potenza” sociale a tutto tondo, e se non fosse che al suo interno c’erano inevitabilmente correnti, maggioranze e minoranze, sarebbe potuto diventare un appetibile bacino elettorale. Non lo è mai stato; un po’ per il suo spirito di indipendenza, un po’ proprio per le sue articolazioni interne, che lo facevano tutt’uno sotto la macchina, ma ben differenziato nelle appartenenze politiche dei suoi membri al di fuori di essa.
Si comprende come, seppur rare volte, il Sodalizio abbia potuto debordare dai suoi ruoli propri. Così in passato fu accusato di voler estendere il suo potere al di là delle finalità per le quali si era costituito; di volersi appropriare quasi in esclusiva della festa; di approfittare della sua notorietà per favorire i suoi membri in altri campi e in altre attività. Non c’è da meravigliarsi; è il rovescio della medaglia di qualsiasi impresa umana.
Ma sul trasporto, c’è ben poco da obiettare. Sono loro a portare la macchina, sono loro ormai a dover esigere il massimo sostegno alle loro esigenze. Oggi il trasporto presenta lati tecnici importanti, richiede il rispetto di dettagli e di procedure tecniche nelle quali i maggiori esperti sono i facchini.
Non si può prescindere dalle loro cautele, ma anche dalle loro richieste; come d’altronde non è possibile che il trasporto diventi solo un “affare loro”. I facchini restano, anzi diventano ancor più, i delegati dei viterbesi ad onorare al meglio la santa; perché tutti i viterbesi sono idealmente sotto la macchina, “quella sera del tre”. Le polemiche innescate da una applicazione letterale delle regole di governo dell’ordine pubblico e da una reazione emotiva dei facchini per bocca del loro responsabile del trasporto sono episodi normali in una comunità attenta, comunicativa, fortemente coinvolta, soprattutto quest’anno, che aveva un significato particolare per ciascuno di noi.
Ma oltre non si deve andare. Il Sodalizio è ormai una istituzione fondamentale della città, di interesse pubblico.
E non è una lobby; semplicemente perché agisce nello spirito e negli interessi religiosi e spirituali dei viterbesi, non per affari suoi.
Abbiamo una sindaca che si fa persino trasportare dentro la macchina e che arringa i facchini con voce tonante a dare tutto sé stessi. Dovrebbe essere un buon segno…
Francesco Mattioli
