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Bimba morta tra i rifiuti, pena ridotta a 5 anni e mezzo per l’infermiere

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto - Nel riquadro la madre

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto – Nel riquadro la madre


Viterbo – Bimba morta tra i rifiuti, si è concluso con una riduzione della pena da 7 anni e tre mesi a 5 anni e sei mesi il processo d’appello all’infermiere sessantenne Graziano Rappuoli.

E’ stato condannato per feticidio in concorso con la madre Elisaveta Alina Ambrus, all’epoca 24enne, ballerina in un night del Poggino e già madre di un bambino nato nove mesi prima, che ha interrotto al settimo mese la sua seconda, indesiderata, gravidanza gettando la piccola in un cassonetto di via Solieri al Salamaro. La bimba, come emerso dall’autopsia, è nata viva. 

Dopo oltre tre ore di camera di consiglio, la corte d’assise d’appello, nel primo pomeriggio di ieri, ha riformato la sentenza di primo grado, sancendo la prescrizione per il reato di esercizio abusivo della professione medica, non riconoscendo la premeditazione, confermando l’assoluzione dal reato di occultamento di cadavere e riducendo a 5 anni e 6 mesi con le attenuanti generiche la condanna per feticidio della corte d’assise del tribunale di Viterbo.

In secondo grado, il pm della corte d’appello di Roma ha chiesto l’assoluzione, derubricando il reato nell’articolo 19 della legge sull’aborto, ovvero l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate. Alle conclusione dell’accusa si è associato il difensore Samuele De Santis, nel corso di una discussione durata due ore e mezzo.


Samuele De Santis

Samuele De Santis


Era il 2 maggio 2015. Rappuoli, che aveva procurato alla Ambrus la ricetta del farmaco antiulcera usato dalla madre per interrompere la gravidanza, stava accompagnando al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle la 24enne, che lo aveva chiamato dicendogli di essere in preda a un’emorragia dalla sua abitazione del quartiere di San Faustino. Tra loro nessun rapporto sentimentale, l’imputato non è il padre delle piccina, era solo uno dei clienti del locale notturno dove la Ambrus lavorava. 

“Abbiamo ottenuto una sensibile riduzione della pena inflitta in primo grado, una battaglia durata dieci anni, che proseguirà ancora, fino al terzo e ultimo grado di giudizio”, anticipa il difensore dell’imputato. 

“Siamo partiti da un’accusa di omicidio, siamo arrivati al reato di feticidio con il proscioglimento da tutti i reati satellitari e l’applicazione delle attenuanti generiche. Stessa pena della Ambrus, la madre, che ha però scelto l’abbreviato”, prosegue l’avvocato De Santis.

“Siamo soddisfatti, ma non è sufficiente, essendo inoltre il mio assistito incensurato – conclude il legale – adesso abbiamo come orizzonte la cassazione per il riconoscimento dell’articolo 19 della legge sull’aborto”.

Silvana Cortignani 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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