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Viterbo – Killer di camorra a Ponte di Cetti, al setaccio i legami dei fiorai col clan Formicola.
Il prossimo 13 dicembre, su richiesta della difesa, saranno ascoltati davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini due poliziotti della squadra mobile di Napoli, per capire se sussista la contestata aggravante del fine di agevolare un’associazione di stampo mafioso a carico di Domenico Gianniello, Pasquale Gianniello e Giulio De Martino. Gli ultimi due fiorai ambulanti d’origine campana da tempo residenti a Viterbo. Il primo parente dei baby killer latitanti, a loro volta parenti tra loro.
Tutti difesi dall’avvocato Leopoldo Perone del foro di Napoli, i tre imputati sono accusati di favoreggiamento aggravato per avere nascosto, secondo l’accusa, in un casale sulla cassia Sud, Giovanni Tabasco e Gaetano Formicola, poi condannati per l’omicidio del 18enne Vincenzo Amendola, ucciso a Napoli a colpi di pistola in faccia.
I due killer furono arrestati dalla polizia nel corso di un blitz scattato nel pomeriggio del 22 marzo 2016. Sul caso hanno indagato, oltre naturalmente alla procura di Viterbo, nella persona del sostituto Paola Conti, la Dda di Napoli e la Dda di Roma.
Il processo ai tre presunti fiancheggiatori, entrato nel vivo il 10 gennaio 2019, è giunto a un passo dalla discussione. Durante l’udienza di ieri, però, la difesa, dopo avere riascoltato per dei chiarimenti il sostituto commissario Giulio Cristofari, all’epoca in forza alla mobile della questura di Viterbo, ha chiesto di poter ascoltare anche i due colleghi della mobile di Napoli sui riscontri trovati, in seguito a un’intercettazione, dei presunti legami tra gli imputati e il clan Formicola.
Vittima costretta a scavarsi la fossa dai due baby killer
Arrestati e processati, Tabasco e Formicola, oggi 27enni, sono stati condannati all’ergastolo in primo grado per l’omicidio del 18enne Vincenzo Amendola, ucciso il 5 febbraio 2016 a Napoli a colpi di pistola in faccia. Il 15 maggio 2019 si sono visti ridurre la pena a 30 anni in secondo grado per l’omicidio commesso il 5 febbraio 2016 a San Giovanni a Teduccio.
Gaetano Formicola, detto “O’ chiatto”, ritenuto essere il rampollo del clan del “Bronx”, ha ammesso le proprie responsabilità per la morte di Vincenzo Amendola, ucciso e poi sepolto da quelli che credeva essere suoi amici. La confessione del baby boss Formicola, così come il cugino Giovanni Tabasco, detto “Birillino”, è arrivata durante il processo d’appello.
Amendola venne attirato in trappola e ucciso con un paio di colpi di pistola al viso. Gli venne imposto di scavarsi la fossa in un terreno di San Giovanni a Teduccio da solo prima di essere sparato.
Il movente del delitto era legato a una voce di quartiere secondo cui la vittima avrebbe avuto una relazione con la madre di Formicola, moglie del boss Antonio. Un’onta che andava lavata nel sangue per far cessare il chiacchiericcio.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

