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Narcotraffico, dalla Grecia testi difesa del “corriere” catturato in Spagna

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Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata


Viterbo – (sill.co.) – Operazione Underground, non si sono presentati all’udienza di mercoledì davanti al collegio i due testimoni della difesa che sarebbero dovuti venire dalla Grecia per deporre a Viterbo al processo per traffico internazionale di cocaina in cui è imputato Erjon Collaku, uno degli arrestati dell’operazione Underground, catturato a Barcellona un paio di mesi dopo il blitz del 13 giugno 2019, sfociato in dodici misure cautelari su un totale di 23 indagati (11 albanesi, 7 italiani, 3 macedoni, un bielorusso e un romeno).

Collaku, che fu catturato all’aeroporto della capitale catalana nell’estate di tre anni fa mentre cercava scampo in Spagna, è l’albanese 42enne, difeso dall’avvocato Angela Porcelli del foro di Roma, rimasto a Viterbo solo pochi giorni, dal 10 al 14 giugno 2016, considerato il corriere della banda rivale a quella del boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi.

Giunto la sera del 10 giugno 2016 a Fiumicino su un volo da Tirana, è ripartito dallo stesso scalo alla volta di Marsiglia il 14 giugno, con 5mila euro in più in tasca che, secondo gli inquirenti, gli erano stati dati quale ricompensa per la sua opera di corriere della droga.

L’operazione fu chiamata Underground perché i “rivali” di Rebeshi nascondevano la cocaina sotto terra, tra la vegetazione delle zone residenziali di strada Respoglio, strada Palanzana, strada Palanzanella e aree limitrofe. Secondo l’accusa spacciavano in tutta la provincia, usufruendo di una fitta rete di pusher locali, per lo più ragazzi e ragazze giovanissimi, spesso anche assuntori di stupefacenti.


Viterbo - Carabinieri - Operazione Underground - La droga sequestrata

Operazione Underground – La droga sequestrata


A Viterbo per quattro giorni, l’imputato ha alloggiato nella casa-laboratorio al civico 11 di via Fernando Molini (tra viale Trento e via Garbini, vicino la stazione di Porta Fiorentina) dove abitavano il “boss” della banda e due dei suoi “sodali”. La sera del suo arrivo, è stato “festeggiato” andando a occultare la droga dentro un tronco in strada Palanzanella.

Mercoledì, quando l’udienza è stata rinviata a causa di un legittimo impedimento del difensore, avrebbe dovuto anche essere effettuato l’esame dell’imputato, pure lui assente, il quale ha fatto sapere che non si sottoporrà a interrogatorio, ma rilascerà semmai spontanee dichiarazioni, tramite un interprete in quanto non parla italiano. Adempimento che è stato rinviato al prossimo 14 febbraio, quando si scoprirà anche se i testimoni già citati verranno in Italia dalla Grecia. 

Il 9 aprile 2021 è stato il giorno del supertestimone dell’accusa, un imprenditore viterbese attivo nel settore dei locali da ballo, le cui dichiarazioni hanno dato il via alle indagini poi coordinate dalla Dda di Roma. All’epoca dei fatti, tra il 2015 e il 2016, era titolare di un locale in centro, affittato a Rebeshi per le serate da ballo dedicate ai romeni.

“Lo spaccio avviene nei locali e nelle discoteche, mentre la centrale dello spaccio è un bar di viale Trieste gestito da due italiani”, aveva detto ai carabinieri il 14 marzo 2016, faticando a ripeterlo davanti ai giudici del tribunale. E ancora: “Gli albanesi spacciano cocaina da circa un anno e sono un gruppo organizzato. La cocaina gira in tutti i locali e le discoteche, a me basta che paghino l’affitto. Un russo che conosco dice che riforniscono i due gestori di un bar di viale Trieste, la centrale di spaccio, e che insieme a lui spacciano per gli albanesi”.

Non sapeva, la banda, di avere alle calcagna i carabinieri (che chiamavano “i neri” per via del colore delle divise). Erano specializzati nella “bianca”, ovvero la cocaina, ma avrebbero parlato tra loro anche della “rossa” (eroina) e della “nera” (hashish). 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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