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Viterbo – Mentre alla sala Unindustria di Valle Faul inizia il festival ”della parola e del pensiero” intitolato I pirati della bellezza, tutt’intorno la pirateria del potere, anzitutto finanziario perché senza denaro le armi non rombano, e politico, con i piazzale Loreto mediatici preventivi, fanno rischiare la grande bruttezza. Domandava lo scrittore Stefano Massini sabato su Robinson: ci rendiamo conto “che potrebbero essere gli ultimi giorni dell’umanità?”. Solo che dalle parti di Zaporizhzhia partisse “un colpo di mortaio sbagliato, precipiteremmo in un medio evo da Day After”.
Non è un caso, perciò, che Carlo Galeotti, dedicando l’evento ai diritti dell’uomo e allo stato di diritto e immaginando che Viterbo “venga percepita come città dei diritti”, richiami l’utopia della Firenze “città della pace” ideata dal sindaco La Pira, da don Milani, da Ernesto Balducci in un tempo in cui i tribunali di uno stato con minori diritti riconosciuti ai cittadini li processava sostanzialmente per ripudio della guerra.
Nella prefazione a L’obbedienza non è più una virtù – incursione verbale piratesca nel perbenismo cattolico da parte di un prete maledetto esiliato in una sottofrazione dove insegnò fino alla morte ai figli poveri di padri poveri a pensare e parlare per reclamare i propri diritti – lo stesso Galeotti richiamava la nonviolenza per accostare don Milani a Martin Luther King, ucciso mentre predicava l’uguaglianza di bianchi e neri e a Mahatma Gandhi che con le marce conquistò l’indipendenza dell’India.
Balducci, molti anni fa a Milano, ricordando un incontro che avevo avuto con lui in compagnia di quell’altro grande uomo di diritti e di pace che fu Domenico Mangano, mai dimenticato a Viterbo – mi diede un suo libro intitolato semplicemente Gandhi, dove ritrovo forti testimonianze e presagi come quello scritto nel 1947, dopo Hiroshima e Nagasaki: ”la bomba atomica non può che condurre alla nonviolenza, perché provoca un tale disgusto nel mondo, che esso ripudierà la violenza ma solo per un certo periodo. Tornerà, infatti,la violenza non appena passati gli effetti del disgusto”.
Ci andammo vicini sessant’anni fa, quando Russi e americani furono fermati sulla rotta per Cuba da masse di popolo, soprattutto giovani, che marciavano per le strade delle città considerando un dovere impegnarsi per il diritto alla pace. Proprio secondo l’insegnamento che Gandhi aveva ricevuto “dalla madre illetterata ma molto saggia: i diritti degni di essere meritati e conservati sono quelli dati dal dovere compiuto”. Più tardi, da noi qui in Italia, Aldo Moro, negli anni del terrorismo che l’avrebbe assassinato, dirà “la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà un nuovo senso del dovere”.
E’ andata così? Non pare. Almeno stando alle piazze sorde nonostante le esplicite minacce nucleari osservate quasi fossero spezzoni di film e gli annunci di manifestazioni tanto numerose quanto utili solo a delimitare ancora – come se la campagna elettore non fosse finita – spazi per i soliti scontri da cortile.
Il dovere presuppone il pensiero e il credibile uso delle parole. Non ce n’è abbastanza e ben venga allora un festival per pensare ed ascoltare – anche in streaming – personaggi che sanno di cosa parlano e di cosa tutti dovremmo parlare. Domenico Mangano sarebbe stato in prima fila. Col pensiero a lui, Balducci mi scrisse per “ricordare un lontano incontro, auspicando un futuro di pace”. Ma era tanti anni fa.
Renzo Trappolini
