Viterbo – “Questo libro non è stato scritto perché le persone mi credano, ma perché mi possano conoscere. Dobbiamo guardare gli altri cercando di capirli, cercando di riflettere con la loro mentalità. Solo così possiamo evitare i pregiudizi”. Rudy Guede questo pomeriggio al Bistrot del teatro San Leonardo, dove ha presentato il suo libro autobiografico appena pubblicato.
Molte sono state le persone che hanno affollato le poltrone del teatro San Leonardo per conoscere la sua storia, per conoscere il ragazzo oltre le notizie di cronaca che lo hanno riguardato negli ultimi anni: Rudy Guede è infatti tornato in libertà lo scorso novembre dopo una condanna in via definitiva a 16 anni di reclusione per concorso nell’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, avvenuto la sera del primo novembre 2007 a Perugia.
Viterbo – Rudy Guede alla presentazione del libro autobiografico “Il beneficio del dubbio, la mia storia”
Il libro presentato nel pomeriggio si intitola Il beneficio del dubbio, la mia storia, Augh edizioni, e Guede l’ha scritto a quattro mani insieme al giornalista Pierluigi Vito. Alcune pagine sono inoltre state curate da Claudio Mariani, professore del Centro studi criminologici di Viterbo che ha seguito Guede durante tutto il suo percorso detentivo. Sia Pierluigi Vito che Claudio Mariani erano presenti oggi all’incontro, mentre a moderare il dibattito è stato il professore dell’Unitus Federico Meschini.
Viterbo – Presentazione del libro “Il beneficio del dubbio, la mia storia”
“Mai avrei pensato di scrivere un libro sulla mia storia – ha raccontato Guede -. Ma durante gli anni del carcere, per andare avanti oltre allo studio e allo sport, mi sono aggrappato ai miei ricordi. È stato un modo per avere vicino tutte le persone con cui sono cresciuto e di cui avrei avuto bisogno nei giorni più bui della mia vita. E sono stati proprio proprio Pierluigi e Claudio a spingermi a mettere nero su bianco tutto quello che avevo dentro: le mie sensazioni, le mie emozioni, le mie paure”.
Guede ha cominciato a lavorare al libro quando ancora si trovava ancora in carcere, ma il lavoro è stato pubblicato solo adesso che la vicenda giudiziaria si è completamente conclusa, come era stato già spiegato dagli autori, “per non riaprire alcun conflitto”. È la storia di quattro Rudy: il bambino in Costa d’Avorio, il bambino che arriva in Italia, il Rudy del carcere e quello della ritrovata libertà. Le pagine chiaramente toccano la vicenda dell’omicidio di Meredith Kercher, ma senza aggiungere nuove verità. “Questo libro non è stato scritto perché le persone mi credano – ha spiegato Giede -, ma perché mi possano conoscere”.
E infatti l’autobiografia è anche il racconto di un rapporto di conoscenza e di amicizia maturata tra due persone, un detenuto e un giornalista, dentro e fuori dal carcere. “I nostri primi incontri sono avvenuti in carcere – ha raccontato Pierluigi Vito -. All’inizio c’è una corazza che va necessariamente buttata giù per poter poi entrare in vera sintonia con chi si ha di fronte. E pian piano cominci a capire che quello che hai davanti non è un nome su un pezzo di carta, ma una persona. Per me è stata un’avventura incredibile entrare nella vita di Rudy”.
Viterbo – Rudy Guede e Pierluigi Vito
La storia di Guede diventa nel libro anche un pretesto per raccontare la vita dietro le sbarre. Dove Guede è entrato poco più che ventenne e ne è uscito a 35 anni. “Ricordo bene il mio primo giorno dentro: ero in una stanza con le pareti bianche. Una stanza normale, ma era come se quelle pareti mi schiacciassero. Mi sembrava di non esistere più. Fortunatamente però tutti noi abbiamo una capacità innata di andare avanti. O crollavo e andavo in depressione, o reagivo. Allora ho guardato la montagna davanti a me, i primi cinque muniti ho pensato a come scalarla e al sesto già la stavo scalando”.
E Rudy Guede gran parte della forza l’ha presa dai libri e dagli studi. Laureandosi infine con il massimo dei voti. Ma anche solo aprire un libro e concentrarsi su ciò che si legge diventa molto difficoltoso dietro le sbarre. “Il problema non è affrontare il carcere, ma è con chi lo devi affrontare. Qualche volta sono stato denigrato mentre passavo per i corridoi con i libri in mano, e all’inizio non avevo neanche un luogo dove studiare. Lo facevo in cella, dove però c’erano anche altre persone che volevano guardare la televisione tutto il giorno. Ma proprio in quei momenti sai che la vita non deve finire lì e fai di tutto per arrivare a riva. Sono maturato in un modo che non avrei voluto, ma questa difficoltà mi ha insegnato a dialogare con le persone e a guardare la realtà senza punti di vista”.
Viterbo – Claudio Mariani e Federico Meschini
“Con la nostra associazione facciamo volontariato nel carcere e noi cerchiamo sempre di conoscere l’uomo, non il reato – ha continuato Claudio Mariani del Centro studi criminologici -. Nel caso di Rudy c’è stato però un coinvolgimento particolare perché non è difficile rilevare una serie di incongruenze se si leggono le sentenze. Nelle pagine che ho scritto non ho cercato nuove verità, ma ho sollevato qualche dubbio che mi assilla da 15 anni. Non ho alcuna certezza dell’innocenza delle persone con cui mi rapporto, ma nel caso di Rudy ho qualche dubbio della sua colpevolezza. Oggi comunque ne siamo fuori e l’obiettivo è riprendere la storia da dove si è interrotta”.
Viterbo – Rudy Guede e Pierluigi Vito
Riprendere la storia dove si era interrotta, appunto. “Ora sto bene perché è finito un percorso travagliato che ho affrontato con molte difficoltà. Ma alla fine ce l’ho fatta. Mi sono riappropriato della mia quotidianità. La mattina mi alzo, vado a lavorare, pago le bollette. Come tutti, del resto”.




