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Il nuovo vescovo Piazza, Viterbo e le divisioni del papa

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Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Del territorio di cui sarà vescovo, il neonominato Orazio Francesco Piazza, nel suo messaggio di saluto accenna solo, e alla fine, a Rosa e agli altri patroni. Per il resto, concetti, propositi buoni per ogni comunità. Tanto da far tornare in mente quanto diceva Marcello Rosina a proposito del suo trasferimento da ausiliare di Rovigo a ordinario di Nepi e Sutri: dovette andare a cercare sulla carta geografica i due paesi per cominciare a saperne qualcosa. Certamente non sarà così per il vescovo Piazza, quantomeno per la quasi contiguità del Lazio e della Campania da cui proviene.

Quindi, volontaria appare la scelta di un messaggio per ora attento solo ai contenuti dogmatico-pastorali – dal richiamo all’“uno e trino” alla terrena “carovana in cammino (Synodia)”- e a non dimenticare nessuna categoria ecclesiale, istituzionale e sociale. Implicito il rinvio della comunicazione dei programmi, però esplicita l’assunzione dei ruoli di “padre, fratello, amico” (rispettivamente dei fedeli, delle persone di buona volontà, dei lontani?) attraverso l’”amore”, parola peraltro, tanto evocativa quanto abusata non di rado pure nelle omelie.

La chiesa che presiederà è una “comunità qualitativa”, disse il suo predecessore Lino Fumagalli nella cattedrale e nell’esercizio delle funzioni pontificali. Dopo qualche giorno, con Tusciaweb, ne rivendicò l’impegno concreto sul fronte civile e sociale per gli “ultimi” relegati nel degrado fisico e psicologico di alcune zone urbane, della popolazione carceraria locale (60% immigrati da “inserire nel contesto lavorativo per non delinquere nuovamente”), dell’agricoltura in carenza di manodopera e metà del raccolto in rischio abbandono, del lavoro e dell’impresa, del commercio. Insieme alla denuncia dell’”impressione di molti cittadini che alle istituzioni poco interessi dei loro problemi” ed all’auspicio di una” vera politica, politica alta” nella città. Nell’ultima lettera quaresimale, a marzo scorso, anche lui ha parlato di “amore” con riferimento ad un presente che, però, in pochi mesi è rapidamente diventato passato remoto. Scrisse, infatti, allora: “consideriamo la storia presente nell’ottica dell’amore, così possiamo accoglierlo e cambiarlo in meglio”.

Impegno e progetto realizzabili? A conti fatti, chissà e quando. Comunque, necessari alla serenità individuale e collettiva in questi tempi di pandemia non finita, guerra nella sostanza mondiale con prospettiva nucleare non fantasiosa, ingordigia finanziaria che se ne serve aumentando disuguaglianze e povertà. Forse, ultimo approdo ancora alle viste per l’umanità quotidiana, non avvezza alla geopolitica e ai disegni di potere economico dei sempre meno numerosi e più decisivi padroni dell’etere e del sottosuolo (una volta si sarebbe detto: del vapore) e politico dei reggenti gli stati, compresi i democratici di rito occidentale.

Al nuovo vescovo – che ci auguriamo escluda di farsi chiamare “Eccellenza” e pretenda il ritorno al “don”, come suoi saggi “confratelli” già fanno – il compito di stare in strada e marciare con questa umanità, contribuendo così alla speranza collettiva e dando forza a Francesco che l’ha nominato, perché gli appelli alla pace, oltre che da piazza San Pietro, siano visibilmente sostenuti dalle “divisioni del papa”, come le chiamava Stalin, sul territorio. Anche quelle di stanza a Viterbo che lui guiderà.

Forse, anche per questo, Piazza, nel suo primo messaggio da viterbese, si è fermato ai fondamentali.

Renzo Trappolini


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