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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro Carlo, per l’incontro di stasera, al quale purtroppo non mi è possibile partecipare (e me ne scuso), e sulle valutazioni di Pino Arlacchi riguardanti Giulio Andreotti, consentimi di segnalarti quanto scritto da due comunisti “storici”, che hanno fatto la storia e l’hanno vissuta anche da profondi conoscitori dei fenomeni criminali del meridione d’Italia dal quale provenivano.
Emanuele Macaluso, scomparso lo scorso anno, sindacalista, parlamentare di lungo corso Pci, direttore dell’Unità. Dal suo libro Giulio Andreotti tra stato e mafia, nella premessa (pagina 5) e con riferimento alle vicende giudiziarie: “In tutti i miei articoli avevo sollevato qualche dubbio non sulle responsabilità politiche di Andreotti nella mediazione col potere mafioso (come avevano fatto tanti suoi predecessori), ma sulla sua diretta partecipazione all’associazione mafiosa, ai suoi incontri con i vertici di Cosa nostra”.
“Il mio articolo provocò la replica di Pino Arlacchi nella quale diceva di non avere dubbi sulla tesi della procura. Opinione rispettabilissima. Ma aggiungeva che le mie perplessità erano dovute al fatto che la “vecchia guardia comunista”, quindi anch’io, aveva avuto, nel tempo, un dialogo con Andreotti e ora temeva che i magistrati lo disturbassero. Fin qui Arlacchi”.
Passa poi a parlare di analoghi attacchi ricevuti dai suoi compagni per “collusioni oggettive”. Quasi a difendersene, conclude con un passo di Sciascia del 24 luglio 1982: “Questa trovata delle ‘alleanze oggettive’ mossa in accusa a chi discorda da opinioni che si vogliono totalitarie, è uno dei ricatti che più pesa nella vita italiana, che di ricatti non si può dire povera”.
Dalle memorie del senatore comunista Gerardo Chiaromonte, presidente della commissione parlamentare antimafia dal 1988 al 1992, riportate (pagina 242-245) nel libro Il processo del secolo di Lino Jannuzzi, il giornalista che con Scalfari fece deflagrare su L’Espresso la vicenda servizi segreti Sif e il piano Solo: “Falcone era assai cauto sul problema dei rapporti tra mafia e politica: certo non li negava, ma vedeva il rapporto esistente come capovolto rispetto al passato e metteva in dubbio l’esistenza di un ‘terzo livello’… Quando Falcone firmò la sentenza di rinvio a giudizio per alcuni ‘omicidi eccellenti’ e soprattutto per quello di Piersanti Mattarella (e Pino Arlacchi scrisse che quella requisitoria era ‘un documento giudiziario scadente sotto ogni aspetto, fuorviante, un grosso errore’)”.
Un saluto.
Renzo Trappolini

