Una donna col velo islamico – Foto d’archivio
Viterbo – Presa a bacchettate se sbaglia i versetti del Corano e costretta a indossare il velo islamico, a 14 anni chiama i carabinieri e denuncia la madre e il patrigno.
Era giugno 2020 e ieri, per i genitori, si è aperto con la sua testimonianza, in quanto parte offesa, il processo per maltrattamenti su minore davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco, pm Massimiliano Siddi.
Adesso Fatima, nome di fantasia, ha 16 anni, va in terza liceo ed è tornata a vivere con la famiglia, di cui fanno parte anche due sorelle più piccole. Ma due anni fa, quando faceva ancora la terza media, è stata allontanata per un periodo da casa e alloggiata in una struttura protetta, affidata i servizi sociali del comune della provincia di Viterbo dove risiede dal tribunale per i minori di Roma, che le ha anche nominato un tutore, venuto meno con la revoca del provvedimento.
Ieri, con grande calma ma anche grande determinazione, ha raccontato la sua storia di figlia di immigrati venuti in Italia da uno stato islamico prima che lei nascesse, nel 2006, in una città romagnola.
“A 4 anni ho perso mio padre e a 8 anni mi è morto un fratello, poi la mamma si è risposata e ha avuto altre due figlie, le mie sorelle, dal mio patrigno, che io considero un padre”, ha sottolineato.
“Quando sono entrata nell’adolescenza sono cominciato gli abusi fisici e psicologici da parte di entrambi, per cui a 14 anni ho chiamato i carabinieri”, ha proseguito.
“Il movente era culturale e religioso – ha spiegato Fatima – mia madre e mio padre volevano che cominciassi a indossare il velo e poi anche il burqa perché stavo crescendo, mentre io non volevo e allora mi prendevano a schiaffi. Se leggevo male i versetti del Corano, invece, mi colpivano sulle gambe e sulle braccia con un bastone di diversi centimetri di diametro, una specie di bacchetta intrecciata, tipica, con gli scheletri essiccati delle foglie di palma. Non lascia lividi, ma fa male e lascia arrossata la pelle”.
Al pm Siddi che le chiedeva da quanto andasse avanti, la 16enne ha risposto: “Da sempre, ma diventata adolescente la situazione si è fatta più pesante. A distanza di due anni, capisco che i miei genitori non lo facevano per cattiveria, ma per educarmi. Loro erano veramente convinti di farmi del bene, ma non si poteva andare avanti a quel modo”.
Allontanata da casa a luglio 2020, ad agosto ha chiesto della madre: “Non per tornare a vivere con loro, ci sono tornata lo scorso primo settembre, ma perché desideravo incontrarla”, ha detto. Ha poi spiegato che all’età di 14 anni, velo e burqa a parte, andava regolarmente a scuola, aveva il telefonino e poteva uscire da sola. “Ma da sola, in senso letterale. Nel senso che non potevo uscire con i compagni di scuola o con gli amici, perché i miei genitori temevano le cattive influenze”, ha sottolineato, insistendo nel movente religioso e culturale delle restrizioni e delle vessazioni.
Si è detta contenta di essere tornata a vivere coi suoi. “All’inizio è stata dura, bisognava mediare, ma è cambiato tutto, sono cambiata io e sono cambiati loro. Ora sto veramente tanto bene a casa, ho un buon rapporto coi miei genitori e le mie sorelle, faccio il terzo anno del liceo e la scuola va bene. Posso anche uscire con gli amici”.
Sarebbero lontani i tempi delle minacce. “Mia madre mi diceva ‘guarda che lo dico a papà, lo sai cosa ti farà'”. Ai carabinieri disse che avrebbero potuto spezzarle le ossa, che suo padre avrebbe potuto farlo. “penso di avere esagerato, non credo che lo avrebbe fatto. Ma avevo un carico emotivo enorme – ha detto ieri in tribunale, ridimensionando in parte le accuse – questi due anni sono stati di grande cambiamento, sono maturata. Allora ero appena adolescente, adesso vedo le cose da lontano, nel loro insieme, con più chiarezza”.
Su richiesta del pm Siddi, ha però confermato: “C’era il bastone e c’erano le minacce, il movente era culturale e religioso, dall’abbigliamento alla preghiera”. Si è congedata così Fatima, che nel processo è solo parte offesa e non parte civile, uscendo dall’aula a braccetto con la mamma. La madre velata, la figlia no. A 16 anni, lei musulmana nata in Emilia Romagna, sembrerebbe aver vinto la sua personale battaglia per l’emancipazione.
Il processo ai genitori, che nel frattempo si sarebbero dunque ravveduti, rinunciando a imporre alla figlia maggiore stili di vita che non le appartengono, andrà comunque avanti.
Riprenderà il prossimo primo febbraio, per sentire altri testimoni dell’accusa.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
