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“Cugini morti di overdose di eroina, uno aveva ancora l’ago infilzato nel braccio”

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Barbarano Romano - In fondo la casa in cui sono stati trovati morti i due cugini - Nei riquadri i cugini Fausto Fortuna e Adriano Fortuna

Barbarano Romano – In fondo la casa in cui sono stati trovati morti i due cugini – Nei riquadri i cugini Fausto Fortuna e Adriano Fortuna


Barbarano Romano – (sil.co.) – Eroina killer a Barbarano Romano: “Li ha trovati morti il padre di uno dei due, uno aveva ancora l’ago con cui si era iniettato la droga infilzato nel braccio”. Una scena raccapricciante quella che si è presentata agli occhi del padre di uno dei due cugini di Barbarano Romano, entrambi uccisi da una overdose di eroina la notte tra il 27 e il 28 giugno 2014. Imputati di morte in seguito a cessione di droga un cuoco e una ristoratrice.

Ieri ha ricostruito le successive indagini l’allora comandante del Norm dei carabinieri della compagnia di Ronciglione, Angelo Fazzi. A processo davanti al giudice Elisabetta Massini la coppia di presunti spacciatori, un uomo e una donna. L’uomo, secondo quanto emerso durante l’udienza, qualche tempo prima sarebbe stato a sua volta salvato in extremis da una overdose di eroina e stessa sorte sarebbe capitata anche all’ex compagno dell’imputata. 

Vittime Adriano e Fausto Fortuna, il primo agente penitenziario di 42 anni e il secondo idraulico di 37 anni. Imputati di morte in seguito a cessione di sostanze stupefacenti una 37enne e un 44enne di Blera, difesi dall’avvocato Emilio Lopoi.

Parti civili – con gli avvocati Paolo Pirani, Michele Ranucci e Enrico Valentini – i familiari dei due cugini, i cui cadaveri vennero ritrovati la mattina di domenica 28 giugno dal padre di Adriano, in un appartamento del centro storico, dopo il mancato appuntamento al bar con il figlio, assieme al quale avrebbe dovuto trascorrere una giornata di festa partecipando a un pranzo organizzato fuoriporta da un gruppo di amici cacciatori.

Le indagini si sono concentrate sui filmati delle telecamere di videosorveglianza, che hanno inquadrato più volte il fuoristrada dei due giovani entrare e uscire dal paese, nonché su tabulati telefonici, celle e scambio di messaggi tra le vittime e gli imputati, incontrati la sera prima di morire in un agriturismo di Blera, in cui lui faceva il cuoco e la donna era figlia del titolare. 

Nessun dubbio, per il militare, che ci fosse un accordo per la cessione dello stupefacente, presumibilmente acquistato a Roma, dove la coppia si sarebbe recata il sabato. Tra i messaggi inviati dal telefonino della donna ce n’è uno in cui dice “Okay” rispondendo a uno dei cugini che chiede “Che se dice, zio?”. Il giovane, che di lì a poche ore sarebbe stato trovato cadavere, risponde “Okay, fammi sapere”. Dopo di che si reca presso un bar del paese, dove i contatti proseguono. 

“Alle 2,50 si vede il fuoristrada andare verso la Barbaranese, cioè verso Blera, dove però all’epoca non c’erano telecamere. Dieci minuti dopo, poco dopo le tre di notte, il mezzo rientra in paese. E da quel momento non ci sono altre tracce. Per cui riteniamo che la morte sia avvenuta tra le tre e le 7,30 del mattino quando il padre apre la porta di casa e trova i due cugini morti sul pavimento, uno ancora con l’ago nel braccio”, ha spiegato Fazzi.

Il processo, a un passo dalla sentenza ma anche dalla prescrizione, riprenderà il prossimo 22 dicembre. 


La difesa: “Il pusher delle vittime è un altro”

Il difensore Emilio Lopoi è convinto da anni che l’impianto accusatorio si fondi su un enorme equivoco. “C’è stato un errore di persona, i miei assistiti non sono i pusher dei due cugini. Lo spacciatore è una terza persona, indicata a suo tempo da uno dei due giovani morti di overdose. Un uomo che, sottoposto a intercettazioni telefoniche e ambientali, si è tradito, parlando con una donna in macchina, sua madre. E’ lui che avrebbero dovuto cercare, non gli attuali imputati”. 

A suo tempo il pm Fabrizio Tucci, titolare del fascicolo dell’inchiesta, aveva chiesto che gli indagati venissero sottoposti a misura di custodia cautelare, ma la richiesta è stata rigettata prima dal gip, poi dal tribunale del riesame e dalla cassazione, anche se alla fine il gup Savina Poli del tribunale di Viterbo ha disposto il rinvio a giudizio. 

“Vorrà dire qualcosa se gip, riesame e cassazione hanno detto no alla misura chiesta dalla procura”, conclude Lopoi, sicuro che l’istruttoria gli darà ragione. 


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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