Ismail Rebeshi
Viterbo – “Se il messicano ce l’ha con me, con 300 euro compro una pistola, scopro dove abita ed è fatta… devo lasciare qualche bambino senza padre”.
Lo avrebbe detto Ismail Rebeshi, minacciando di morte un maresciallo della compagnia dei carabinieri di Viterbo, colpevole, a suo dire, di avergli puntato una pistola alla testa e di avergli bruciato due camion Iveco nel piazzale della sua rivendita di auto sulla Cassia Nord la notte tra il 19 e il 20 agosto 2017.
E’ entrato nel vivo ieri davanti al giudice Roberto Cappelli il processo in cui il boss di mafia viterbese, difeso dallo storico avvocato Roberto Afeltra, presente in video collegamento dal carcere di Cuneo dove il 39enne albanese è detenuto al 41 bis, è imputato di diffamazione, minacce e oltraggio a pubblico ufficiale.
Carabinieri nel mirino
“Devo lasciare qualche bambino senza padre”
“Devo lasciare qualche bambino senza padre”, avrebbe detto Rebeshi ad altri carabinieri, minacciando di morte il maresciallo. Secondo l’accusa “per fargli omettere atti del proprio ufficio e, in particolare, per intimorirlo per impedirgli di compiere indagini nei suoi confronti”.
Primi testimoni un penitenziario di Mammagialla e un carabiniere. Parte civile con l’avvocato Remigio Sicilia un militare del nucleo investigativo, del quale Rebeshi, condannato per associazione di stampo mafiosa in seguito all’operazione Erostrato, avrebbe conosciuto i movimenti quando, il 29 novembre 2018, era già detenuto a Mammagialla per traffico di droga con la Sardegna.
Quel giorno, come ha spiegato il primo testimone dell’accusa,l’agente della polizia penitenziaria, gli fu notificato in carcere l’avviso di chiusura indagini del pm Franco Pacifici, relativo alle minacce al carabiniere.
“Il messicano mi ha puntato una pistola alla testa”
“Gli dissi ‘che fai ti metti a minacciare un carabiniere?’ – ha spiegato il poliziotto – lui mi rispose che erano tutte cavolate, ‘anzi è lui che minaccia me’, sostenendo che gli aveva bruciato i camion. Poi ha detto ‘mi ha puntato una pistola alla testa, si apposta davanti al mio autosalone e spaventa i clienti, mi ha messo l’auto sotto controllo con il Gps'”.
“Se è tuo amico, digli di ritirare la denuncia”
Poi si sarebbe fatto minaccioso: “Se lo vedi, salutamelo, so che la settimana scorsa era Roma ed è venuto un giorno solo. Se sei suo amico, digli di ritirare la denuncia’”. “Mi sono preoccupato per i particolari rivelati dal detenuto sui movimenti del carabiniere, per cui l’ho informato e mi ha detto che era vero, pensando che in qualche modo fosse tenuto sotto controllo”. ha concluso il sovrintendente di Mammagialla.
“Con 300 euro faccio presto a trovare una pistola”
Il carabiniere era invece presente al sopralluogo del 20 agosto per l’incendio dei camion avvenuto nella notte nel piazzale dell’autosalone sulla Cassia Nord.
“Rebeshi disse che il maresciallo gli faceva pressioni, ce l’aveva con lui, gli diceva che aveva bruciato la macchina di un carabiniere, aggiungendo ‘con 300 euro faccio presto a trovare una pistola, mi metto 15 giorni davanti alla caserma, lo seguo, vedo dove abita ed è fatta’”.
In base alle annotazione di polizia giudiziaria dell’epoca, è emerso anche che Rebeshi, andando a sporgere denuncia al comando provinciale del Riello, si sarebbe fermato al parcheggio di fronte annotando “presumibilmente”, come si legge nell’informativa, i numeri di targa di vetture dei carabinieri.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

