Rapina alla gioielleria Bracci – Nei riquadri Antonio Loria e Giuseppe Trovato
Viterbo – Rapina a mano armata alla gioielleria Bracci di piazza del Teatro, mentre l’accusa è pronta a schierare 21 testimoni e la difesa promette una sfilza di testi eccellenti, bisognerà aspettare il prossimo 28 marzo per sentire i primi quattro della procura contro i presunti pianificatori del colpo da centomila euro messo a segno in pieno centro e in pieno giorno, il 14 marzo 2018, nel capoluogo.
Imputati il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato e il ristoratore Antonio Loria, difesi dagli avvocati Giuseppe Di Renzo del foro di Lamezia Terme (sostituito dal collega Marco Valerio Mazzatosta) e Samuele De Santis del foro di Viterbo.
Nessuno dei due imputati è viterbese, anche se da anni imprenditori nella Tuscia. Trovato, nato 47 anni fa a Lamezia Terme in provincia di Catanzaro, era all’epoca titolare di tre compro oro a Viterbo. Loria, 60 anni, è invece originario di Mercato San Severino in provincia di Salerno.
Ieri, dopo diversi rinvii, il processo è entrato finalmente nel vivo con l’ammissione delle prove. Il rinvio a giudizio da parte del gup Rita Cialoni risale a oltre un anno fa, il 7 settembre 2021.
Il fascicolo del pm Franco Pacifici, nel frattempo andato in pensione, è stato ereditato dalla sostituta procuratrice Chiara Capezzuto che, su richiesta del presidente Eugenio Turco, si è impegnata a ridurre la lista testimoniale dell’accusa, di cui fanno parte anche ben sei carabinieri della compagnia di Viterbo.
Il magistrato ha chiesto nel frattempo la trascrizione delle intercettazioni ritenute utili, per cui sarà incaricata la perita Maria Mammolo all’udienza del prossimo 28 marzo.
Rapina sfociata in sparatoria
Il 28 marzo 2023 saranno passati da pochi giorni cinque anni esatti dalla rapina sfociata in sparatoria, per fortuna senza vittime, che mise in subbuglio la città all’ora di pranzo del 14 marzo 2018, quando entrarono in azione i quattro esecutori materiali del colpo catturati a tempo di record dai carabinieri: due donne che facevano da palo in auto sulla salita di Santa Rosa e due uomini, uno dei quali l’ex pentito Ignazio Salone, uscito dal carcere poche poche settimane prima. Salone, 50 anni, originario di Torre del Greco, sta scontando in carcere una condanna a otto anni e 8 mesi, confermata in appello, per la rapina.
Alla sbarra anche la rapinatrice incinta
Una delle due donne, Jenela Grancea, di 26 anni, incinta all’epoca del colpo, rilasciata per via della gravidanza, è l’unica dei componenti del quartetto non sottoposta a giudizio immediato e rinviata a giudizio successivamente, finita a processo con i presunti pianificatori Trovato e Loria, quest’ultimo accusato anche di detenzione ai fini di sapccio di stupefacenti.
Spaccio di cocaina alla Viterbo bene
Loria è accusato di spaccio di cocaina, acquistata e detenuta, secondo le indagini della procura, sfociate nella richiesta di rinvio a giudizio subito dopo il primo lockdown, nella primavera 2020, per cederla a diverse persone, anche della cosiddetta Viterbo bene, tra cui un avvocato, tra marzo e ottobre 2018.
Presente il boss in video collegamento da Badd’e Carros
L’unico presente in aula, in video collegamento dal carcere Badd’e Carros di Nuoro, dove sta scontando al 41 bis la condanna a 12 anni e 9 mesi di reclusione per associazione di stampo mafioso inflitta dai giudici di secondo grado, in attesa della cassazione a gennaio 2023.
Pesanti condanne agli esecutori materiali
Teneva in mano la pistola l’ex collaboratore di giustizia Ignazio Salone, condannato in via definitiva a 8 anni e 9 mesi di reclusione. Il complice 31enne Stefan Grancea sta scontando 11 anni e mezzo, la sorella Elena Grancea, 36enne, è stata condannata a 4 anni. In attesa di giudizio la 26enne Jenela Grancea, d’origine polacca, incinta all’epoca della rapina.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
