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Ricchi e poveri veri o per finta

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Quanti falsi poveri ci sono? A guardare le denunce dei redditi, i falsi poveri potrebbero essere tanti, molto più di quelli che vanno alla Caritas. Tutti gli altri che non ci vanno, come vivono?

Il convento è povero ma i frati sono ricchi, diceva Rino Formica che fu ministro delle finanze nella prima repubblica ed ha ancora ragione. Il debito dell’Italia, quindi di tutti noi, supera i 2.800 miliardi di euro, ma la ricchezza netta delle famiglie italiane è più di tre volte tanto: oltre diecimila miliardi di cui più di cinquemila depositati in banca o investiti in attività finanziarie.

Come si spiega? Il debito pubblico dipende dalle uscite che superano le entrate e queste ultime languono. Per esempio, e a prescindere dai magheggi e dai paradisi fiscali frequentati da chi può, il 27% dei contribuenti persone fisiche dichiara al fisco redditi fino a 15.000 euro e un quarto di quelli che presentano la dichiarazione Irpef ha da pagare un’imposta netta pari a zero. I titolari di partita Iva, imprenditori, lavoratori autonomi, agricoltori, poi, guadagnerebbero, in media, meno di tredicimila euro. Come mai? Certamente, ci sono una macchina e regole fiscali da modificare, forse alla radice, perché un buon 20% dell’economia è sommersa, non è censito e non paga le tasse.

Naturale, quindi, che, pur in tempi quasi bellici (dicono), le strade in uscita dalla capitale, al sabato e alla domenica di questo autunno che allunga l’estate, appaiano, in andata e al ritorno, un nastro trasportatore ininterrotto di veicoli alimentati a suon di due euro al litro di carburante, con passeggeri protesi alla rituale ristorazione a pagamento fuori porta.

Perciò, non sarà male cominciare a leggere in maniera più adeguata i dati sulla povertà e sulle sue cause, così come la lagna politica sulle finanze pubbliche disastrate chiedendoci, ora che sembriamo avviati verso una nuova repubblica (se ne stabilirà poi quale numero/voto darle), se l’evasione fiscale non sia un comportamento di fatto del nostro quotidiano.

Lo vuoi con la fattura o senza? Un doppio prezzo rivelatore e strumento di un’intesa ai danni dello stato, della comunità, del concittadino che paga regolarmente le sue tasse e dei veri poveri. Un’ingiustizia a trecentosessanta gradi, flat antitax, piatta connivenza antistato che concorre a formare un quadro tutt’altro che trasparente delle configurazioni di ricchezza e povertà, la cui conoscenza è alla base di ogni corretta politica sociale.

I conventi d’una volta avevano le porte aperte per chiunque cercasse pane e minestra. E’ arrivato un altro frate, diceva Pasquino e gli rispondevano: brodo lungo e seguitate. Uno stato del popolo deve sapere e poter far crescere il brodo secondo le richieste dei suoi cittadini, ma questi devono comportarsi come tali, sempre. Nella buona e nella cattiva sorte – si dice per le comunità famigliari – perché la solidarietà che è alla base della convivenza civile è un movimento che non contempla solo il ritorno.

Oggi, più del 10% dei connazionali è diventato tecnicamente e veramente povero, non può cioè sostenere le spese essenziali per vivere, dal cibo, alla casa, alle cure. Il convento potrà provvedere solo tornando a farsi ricco ed i frati cercatori a portare nella casa comune tutto quanto devono.

Altre formule per ridurre, se non sconfiggere, la povertà sono palliativi e, a quanto pare, non hanno ottenuto il brevetto.

Renzo Trappolini


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