Polstrada e finanza in una delle aziende di Elio Marchetti
Viterbo – (sil.co.) – Supercar a prezzi imbattibili, processo Déjà vu “bis-ter” a un giro di boa a distanza di cinque anni e mezzo dal blitz di polizia stradale e guardia di finanza presso una delle aziende di Elio Marchetti.
Era la mattina del 3 maggio 2017 quando scattò l’operazione Déjà vu sfociata in sei arresti, tra cui quello dell’imprenditore 48enne viterbese. Al giro di boa è giunto ieri, con l’interrogatorio in tribunale dell’ultimo testimone delle difese, il processo nato dall’unificazione di due filoni dell’inchiesta. A questo punto, sempre salvo imprevisti, si tornerà in aula il 20 gennaio per chiudere l’istruttoria e a febbraio per la discussione del pubblico ministero Eliana Dolce.
Davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco sono tuttora imputati, oltre a Elio Marchetti, anche la sorella maggiore Rosalba Marchetti, il fornitore tedesco Adrian Glowats, la dipendente Emilia Tiveddu, Giuseppe De Lucia e Domenico Sordo. Tra i difensori gli avvocati Roberto e Francesco Massatani, Marco Valerio Mazzatosta, Anna De Cesare e Francesco Paolo Ferragonio.
Il testimone, titolare di una rivendita di moto adiacente all’azienda di Marchetti, interrogato dai difensori Francesco Massatani e Mazzatosta, ha detto che la dipendente Tiveddu si occupava esclusivamente dell’attività del racing team e non della compravendita di vetture, mentre la sorella Rosalba capitava molto raramente in azienda, nell’ordine di un paio di volte all’anno.
Al centro un presunto “traffico” di 138 supercar importate dalla Germania eludendo la normativa anti truffe carosello e eludendo il fisco dal “gruppo criminale” ai cui vertici ci sarebbe stato Marchetti, portato alla luce, tra il 2015 e il 2017, da polstrada e guardia di finanza. Una sorta di “sequel” dell’operazione Red Zoll del 2014, nella convinzione che Marchetti avesse ripreso lo stesso gioco con società diverse.
Secondo l’accusa, l’associazione a delinquere di cui Marchetti sarebbe stato la mente avrebbe omesso il versamento a favore delle casse dell’erario di Iva dovuta pari a 5 milioni e 400mila euro e di un milione e mezzo di Ires.
Un primo processo si è chiuso il 1o luglio 2020 con la condanna in primo grado di Marchetti a cinque anni e quattro mesi in quanto promotore della presunta associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale sulle vetture di grossa cilindrata importate dall’estero “col trucco”. Condanna dimezzata in appello dai 5 anni e 4 mesi di reclusione del primo grado ai 2 anni e 8 mesi del secondo grado, cui l’imprenditore è ricosro con un collegio difensivo guidato dall’avvocato Carlo Taormina.
Sempre in primo grado, è stato invece condannato a due anni e sei mesi in quanto partecipe (e non anche lui promotore come sosteneva l’accusa) un altro dei presunti complici, l’imprenditore pugliese Domenico Sordo, titolare di un’agenzia di pratiche auto di Foggia.
L’11 novembre, nel frattempo, sono state pubblicate le motivazioni della sentenza con cui, l’11 ottobre, la terza sezione penale della corte di cassazione, presieduta dal giudice Giulio Sarno, ha rigettato il ricorso di Elio Marchetti contro l’ordinanza con cui, il 13 aprile 2022, il tribunale di Roma, quale giudice del riesame delle misure cautelari reali, aveva a sua volta rigettato la richiesta di riesame proposta da Elio Marchetti nei confronti del decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca del 10 novembre 2021 emesso dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Civitavecchia.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
