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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E’ un piacere sapere che il prefetto di Viterbo ha invitato i comuni della Tuscia a dotarsi di un sistema di “controllo di vicinato”, o di quartiere. La nostra società urbana è sempre più eterogenea, complicata, ma verrebbe da dire anche sempre più conflittuale, e quindi una possibilità del genere va considerata la benvenuta.
Significa sollecitare la partecipazione sociale, la cura e l’attenzione verso una migliore qualità della vita che si costruisce e si realizza assieme, senza che cali dall’alto ignara delle peculiarità e alle reali necessità del territorio urbano.
Ma attenzione.
Sul cosiddetto “neighborhood watch” la letteratura giuridica e sociologica si è largamente espressa, offrendo letture, proposte e valutazioni molto diverse fra loro. Lo studioso statunitense Ronald V. Clarke ha studiato in modo approfondito la questione, coniando alcuni decenni fa il temine di “prevenzione situazionale” per quelle forme di compartecipazione del cittadino al mantenimento dell’ordine pubblico. Forme che tuttavia si muovono su un arco molto complesso, perché vanno da una semplice sorveglianza di buona volontà da parte di un gruppo più o meno organizzato di cittadini, fino alla costituzione di vere e proprie “ronde” con – non sempre limitati – poteri di contrasto attivo del crimine, per poi arrivare inevitabilmente allo “sceriffo di quartiere”.
Va detto subito che la traduzione della locuzione anglosassone neighborhood watch con “controllo di vicinato” o con “sorveglianza di vicinato” può comportare due diverse interpretazioni. Il termine controllo infatti presuppone in genere (cito i dizionari) un intervento, volto a “disciplinare” un’azione; mentre il termine sorveglianza sembra più adatto a descrivere un’azione di attenta osservazione.
Tuttavia i due termini spesso sono considerati sinonimi, e questo può creare equivoci. La legislazione italiana sul tema, a livello regionale e comunale, è recente e talvolta la Corte Costituzionale è dovuta intervenire, cogliendo aspetti di illegittimità in alcuni provvedimenti, anche quando il controllo di vicinato si iscriveva nel contesto di un più ampio sistema di cooperazione inter-istituzionale integrata per la promozione della sicurezza e della legalità. Senza contare alcuni equivoci sorti anche a proposito dei “nonni-vigili” che “intervengono” con tanto di paletta a dirigere il traffico nei pressi delle scuole…
Il fatto è che la prevenzione integrata, sebbene preveda sinergie tra le diverse istituzioni preposte alla sicurezza urbana, sia pubbliche che private, non crea il “cittadino poliziotto”. In alcuni degli Stati Uniti d’America esiste questa possibilità, in virtù di una cultura dell’ordine pubblico differente e fortemente decentrata, che si interseca con quella della forte tendenza ad una partecipazione dal basso delle comunità cittadine storicamente legittimate a porsi come sussidio della stessa forza pubblica. In Italia, invece, non si ammettono sceriffi improvvisati, e quindi neppure le famigerate “ronde” auspicate in certi ambienti politici di ispirazione eccessivamente giustizialista.
Leggiamo bene il comunicato della prefettura: “Un gruppo di cittadini, attraverso un coordinatore, potrà interloquire con le forze di polizia con modalità dedicate e fornire loro ogni informazione ritenuta utile riguardo a fatti e circostanze anomali che accadono nella zona di residenza, con ciò contribuendo all’attività di prevenzione generale e di controllo del territorio, istituzionalmente svolta dalle forze di polizia medesime”. E ancora: “Il controllo di vicinato si sostanzierà in attività di osservazione e segnalazione qualificate. In nessun caso essa potrà tradursi in ronde, indagini, schedature o attività simili”.
Quindi il gruppo interloquisce soltanto con la polizia e soltanto mediante l’osservazione e la segnalazione: attività, questa, che non prevede alcun intervento sul territorio e fiancheggia le azioni di prevenzione diretta e di repressione istituzionalmente (ed esclusivamente) svolte dalla polizia.
Insomma, il progetto è quello di stimolare la partecipazione del cittadino italiano, specie quello più urbanizzato e individualista, che tende ad essere fin troppo disinteressato a guardare cosa avviene intorno a sé, a causa di un tendenza all’omertà che viene da lontano. Ma allo stesso tempo la nostra novella cultura democratica non tollera alcuna forma di giustizia-fai-da-te e si affida alle istituzioni, che garantiscono la competenza, la legalità, l‘imparzialità nel controllo dell’ordine pubblico. Di qui, le raccomandazioni che aprono a questa sorveglianza di vicinato: che sia soltanto una forma di watching, di osservazione, e non di intervento.
Qualcuno ha voluto parlare maliziosamente di istituzionalizzazione del “fare la spia”. Ma questi sono i modi di pensare di chi è ancora legato ai tempi in cui si era schiavi dei potenti o di chi è affetto da attacchi di libertarismo anarcoide. In realtà la sorveglianza di vicinato (preferisco questo termine, se permettete) è una espressione di civiltà, di responsabilità civica, di partecipazione sociale concreta, nell’affiancare al sempre più diffuso occhio della video-sorveglianza quello valutativo, attento e critico del cittadino che vive in una comunità sociale piuttosto che, monade solitaria, nella giungla hobbesiana.
Non lo sguardo diffidente di chi occhieggia sospettoso da dietro le tendine della finestra della propria abitazione insomma.
La sorveglianza non si fa dietro la finestre, si fa passeggiando per il quartiere, guardandosi intorno, magari distribuendosi i compiti, con un cellulare a portata di mano per chiamare immediatamente polizia, vigili urbani, ma anche pompieri, pronto soccorso e chiunque altro sia istituzionalmente legittimato ad intervenire in materia di sicurezza urbana.
Francesco Mattioli
– Controllo di vicinato per combattere episodi di criminalità
