La presidente del collegio, giudice Elisabetta Massini
Viterbo – (sil.co.) – In seguito alla denuncia della ex moglie gli hanno tolto la pistola d’ordinanza, ha perso il lavoro da guardia giurata e adesso fa il vigilante.
Ma ieri, a distanza di cinque anni dai fatti, avvenuti a fine luglio 2017, per cui è finito a processo per maltrattamenti aggravati in famiglia e violenza sessuale, è stato assolto con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste, dal collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini.
Su tutti un episodio, costato il lavoro all’imputato. Secondo l’accusa, pistola alla mano, avrebbe minacciato di fare una strage familiare: “Se mi lasci, ti uccido e poi mi uccido”.
Era fine luglio di cinque anni fa, quando la moglie, supportata dalla sua famiglia, i genitori e due fratelli, lo avrebbe cacciato di casa, decidendo di chiudere definitivamente la relazione coniugale, dopo avere scoperto da alcune foto sul computer che il marito aveva ripreso la relazione clandestina con la sua storica amante, una donna dello stesso gruppo di amici frequentato dalla coppia.
L’imputato, come ha riferito lui stesso ieri durante l’interrogatorio, non avrebbe voluto saperne. “Volevo tenere unita la famiglia”, ha detto, spiegando che la relazione con l’amante, che gli è costata il matrimonio, è poi proseguita, ma solo per un breve periodo.
Il difensore Giovanni Labate
La pm Paola Conti, al termine dell’istruttoria, che si è chiusa con l’esame dell’imputato, ha chiesto un anno di reclusione con pena sospesa per il solo reato di maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla presenza dei tre figli minori della coppia. Ha chiesto la condanna anche il difensore di parte civile della ex, Luigi Mancini.
Ha chiesto invece l’assoluzione il difensore Giovanni Labate, ridimensionando le accuse, anche grazie alla produzione di una chat Whatsapp tra gli ex coniugi, risalente a ottobre 2019, in cui il suo assistito prova a ammorbidire i rapporti con la moglie separata, la quale torna a rinfacciargli i tradimenti per cui ha deciso di interrompere il matrimonio, ma non fa parola dei presunti maltrattamenti per cui lo ha querelato ed è finito a processo.
Ultimo testimone della difesa, il fratello del vigilante, il quale ha sottolineato come alla base dei litigi della coppia ci fosse sempre la gelosia della cognata nei confronti del marito a causa dei ripetuti tradimenti con la stessa donna.
“Già in precedenza, quando se ne era accorta la prima volta, erano intervenuti i suoi fratelli, minacciandolo di fargliela pagare, se non l’avesse fatta finita. A fine luglio 2017, quando la mia ex cognata avrebbe trovato le foto, la famiglia di lei ha chiamato me e mio padre minacciando di fargliela pagare se non se ne fosse andato da casa”, ha detto, facendo inalberare il difensore di parte civile per avere “colpevolizzato” i familiari, intervenuti in difesa della vittima, figlia e sorella.
Nonostante la richiesta di condanna a un anno di reclusione da parte della procura, come detto, il collegio, dopo una camera di consiglio lampo, ha assolto l’imputato da tutti i reati a lui ascritti perché il fatto non sussiste.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

