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Piazza: “Mutualità e condivisione per costruire insieme un progetto alternativo alle forme di distanza dall’umano…”

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Viterbo – “Lo sguardo della condivisione e della mutualità potrà aprire varchi all’opportunità che trasforma la prova in esperienza di nuova fraternità e amicizia sociale”. “Mutualità e condivisione”, per costruire insieme un “progetto alternativo alle forme di chiusura e di distanza dall’umano: culturale, sociale e religioso”. Senza “rinunciare al dialogo e all’incontro”, e senza distinzioni di “provenienza e condizione”.

E’ la lettera alla comunità diocesana del nuovo vescovo di Viterbo, Orazio Francesco Piazza, in occasione del Natale. “Mutualità e condivisione”, apertura all'”Altro”, l’Altro da sé, in tempi difficili e per molti versi drammatici, dove il futuro di tutti è a un bivio. Una lettera rivolta ai credenti, ma al tempo stesso laica, cioè aperta, appunto, a tutti, che parla a chiunque voglia ascoltare. Cattolici, cittadini, istituzioni. Il primo messaggio “ufficiale” di un successore degli apostoli. Qui, a Viterbo.

“Mutualità, condivisione, amicizia sociale”. Le parole chiave. Per ritessere la trame del tessuto sociale, andata in pezzi in questi ultimi anni. Un approccio già espresso dal vescovo il giorno del suo ingresso ufficiale in diocesi, durante la celebrazione del 3 dicembre, davanti a tutto il clero viterbese, alle autorità e alla società civile.


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza


“Solo la riscoperta di una ritrovata amicizia sociale, che ritesse la trama di buone relazioni, potrà segnare, per tutti e per i più fragili, quella qualità di vita che dona senso e prospettiva ai nostri sforzi”. E il soggetto sociale di riferimento è chiaro. I più deboli, poveri e messi ai margini con ingiustificati motivi“. Messi ai margini da un’economia di mercato spietata e selvaggia, senza alternative e che non guarda più in faccia a nessuno. Se non al profitto per i più potenti.

“Sono tanti i motivi per perdere la fiducia e la speranza – scrive Piazza nella lettera rivolta alla comunità diocesana -. Ovunque il nostro sguardo si posi incrocia amarezza e lacerazioni, situazioni di vita che inducono a non sollevare lo sguardo né verso Dio, né verso gli altri. Di fronte a tante povertà, alle contraddizioni del nostro tempo, tra speranza e disperazione, emerge naturale il dubbio espresso dalle parole di Bariona (monologo di Sartre): ‘Un Dio-uomo, un Dio fatto della nostra umile carne, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è in fondo alle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe in anticipo di soffrire ciò che soffro oggi … Andiamo, è una follia’. Ma proprio in questa condizione di difficoltà, di crisi, economica e sociale, se ben si guarda nel cuore, nel fondo del nostro cuore si può scoprire la sorgente di vita e di speranza che riconsegna energia e volontà. Può essere portata alla soglia della vita quella dimensione che umanizza la realtà e la rende trasparente di Dio'”.


L'arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza in cattedrale

Viterbo – La messa in cattedrale per l’arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza


“Sono qui per dare una spallata ai pregiudizi”, aveva esordito Piazza nel corso dell’incontro con i giornalisti qualche giorno dopo il suo insediamento. “E vorrei essere visto come vostro amico e compagno di viaggio. Insieme – aveva poi ribadito, come anche nell’omelia del 3 dicembre -, parte di una sola carovana umana”.

“Un nuovo Pastore che, come Padre Fratello e Amico – ribadisce ora nella lettera – è ormai in cammino con voi per condividere, ogni giorno, la stessa vita e innestare semi di speranza nel terreno fecondo del nostro Territorio. Siamo collocati, reciprocamente e nella comune disposizione del cuore, in uno stato nascente: una novità che si apre alla speranza di rispondere, con l’aiuto del Verbo umanato, alle molteplici e complesse problematiche che segnano l’attuale vicenda umana”.


Viterbo - Il vescovo Orazio Francesco Piazza

Viterbo – Il vescovo Orazio Francesco Piazza


C’è poi un’altra parola chiave. “Responsabilità”, quella cui ciascuno è chiamato. Chiamato a prendere parte, a fare una scelta. “Le difficoltà, personali, economiche e sociali – prosegue il vescovo – spingono alla responsabilità del donare nuova luce alle difficili prove a cui tutti siamo chiamati. Per questo – cita questa volta Goethe – felice è la Notte in cui l’uomo compare chiaro a se stesso, perché riscopre l’autenticità del proprio cuore”.

“Le oscurità della vita inducono a leggere solo i limiti delle difficoltà che rendono ancor più faticoso il nostro cammino: in esse, lo sguardo della condivisione e della mutualità potrà aprire varchi all’opportunità che trasforma la prova in esperienza di nuova fraternità e amicizia sociale. Oltre la prova impegnativa dell’Amore di Dio, donato a noi e per noi nel Figlio umanato, con occhi più attenti e cuore libero possiamo scoprire la presenza di segni e persone che rendono più agile il nostro cammino”.

Scegliere da che parte stare. Testimoniarlo, costantemente e quotidianamente. E la scelta è quella di stare dalla parte dell’Altro, che ha un volto. Un volto che, come direbbe invece il filosofo Levinas, chiama alla responsabilità. “L’Altro uomo non mi è indifferente – scrive infatti Levinas nell’opera Totalità e infinito – l’Altro uomo mi concerne, mi riguarda… Il volto d’Altro distrugge ad ogni istante e oltrepassa l’immagine plastica che mi lascia… La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia”.


L'arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza in cattedrale

L’arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza in cattedrale


La prova cui fa riferimento Piazza è la testimonianza. L’essere nel mondo che non è mai essere per se stessi. L’Altro è presenza. Cui rivolgersi e con cui costruire, riannodare la trama del tessuto sociale. “Presenze – scrive il vescovo – di ogni condizione e provenienza, che rinvigoriscono le energie fiaccate dalle molteplici problematiche che tutti siamo chiamati ad affrontare: umane, morali, spirituali, ambientali, economiche e sociali. Se prevalgono ansia e preoccupazione affronteremo questa condizione in uno stato di debolezza che fa prevalere la voglia di garantirsi una risposta individuale, egoistica, al rischio e all’incertezza del momento. Al contrario, solo la riscoperta di una ritrovata amicizia sociale, che ritesse la trama di buone relazioni, potrà segnare, per tutti e per i più fragili, quella qualità di vita che dona senso e prospettiva ai nostri sforzi”.

Da un lato il percorso da compiere, che è di condivisione e mutualità. Dall’altro il referente, i poveri, chi sta ai margini. Infine il metodo: avanzare insieme, senza distinzioni di provenienza e condizione. Una lettera quindi rivolta a tutti, chiamando tutti a cooperare. Senza distinzioni. Come recita anche la Costituzione nei primi articoli del dettato del ’48. Per rimuovere ogni ostacolo, di ordine economico e sociale. Per garantire chiunque la possibilità di partecipare attivamente e direttamente alla vita di una comunità fondata sui valori dell’umano, tenendolo a distanza dalla barbarie. Insieme, senza distinzioni di provenienza e condizione, per sviluppare un “progetto alternativo – aggiunge il vescovo nella lettera – alle forme di chiusura e di distanza dall’umano: culturale, sociale e religioso”. Senza “rinunciare al dialogo e all’incontro”. Guardando al mondo “con gli occhi del cuore”. Guardando al futuro con “speranza”.

La speranza che un mondo migliore e giusto è possibile e che il presente, così com’è, non è la soluzione. Il presente va trasformato, partendo dall’Altro e dal suo bisogno di essere ed esserci. Partendo dall'”Amore” che non è nient’altro che dedizione tra persone, senza distinzioni, per assicurare felicità reciproca. Il diritto alla felicità. Un diritto naturale. “‘L’esigenza dell’amore – ricorda poi il vescovo Piazza – non bada a quel che sarà, che cosa debba, che cosa gli sia possibile. L’amore non si arresta davanti all’impossibile, non si attenua di fronte alle difficoltà’. Se si ama veramente anche l’impossibile diventa praticabile”.


L'arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza in cattedrale

L’arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza in cattedrale


Infine un’ultima citazione, parte anch’essa della lettera del vescovo Orazio Francesco Piazza. Questa volta è di Gibran. “La vita quotidiana è il vostro tempio. Ogni volta che vi entrate, portate voi stessi. Prendete l’aratro e la fucina e il martello e il liuto, le cose forgiate nel bisogno o nel diletto, poiché se meditate non potrete elevarvi sopra la vostra gloria, né cadere più in basso delle vostre sconfitte. E prendete con voi tutti gli uomini. E se volete conoscere Dio, non siate solvitori di enigmi, piuttosto guardatevi intorno, e lo vedrete giocare con i vostri bambini. E guardate lo spazio; lo vedrete camminare sulla nube, tendere le braccia nel bagliore del lampo e scendere con la pioggia. Lo vedrete sorridere nei fiori, e sulle cime degli alberi sciogliere carezze”. 

Daniele Camilli


 La lettera del vescovo Orazio Francesco Piazza alla comunità diocesana di Viterbo in occasione del Natale

Carissimi Fratelli e Sorelle, amati in Gesù Cristo, il Signore,

Sono tanti i motivi per perdere la fiducia e la speranza. Ovunque il nostro sguardo si posi incrocia amarezza e lacerazioni, situazioni di vita che inducono a non sollevare lo sguardo né verso Dio, né verso gli altri. Di fronte a tante povertà, alle contraddizioni del nostro tempo, tra speranza e disperazione, emerge naturale il dubbio espresso dalle parole di Bariona (monologo di Sartre): “Un Dio-uomo, un Dio fatto della nostra umile carne, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è in fondo alle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe in anticipo di soffrire ciò che soffro oggi … Andiamo, è una follia». Ma proprio in questa condizione di difficoltà, di crisi, economica e sociale, se ben si guarda nel cuore, nel fondo del nostro cuore si può scoprire la sorgente di vita e di speranza che riconsegna energia e volontà. Può essere portata alla soglia della vita quella dimensione che umanizza la realtà e la rende trasparente di Dio.

Insieme viviamo il Santo Natale in una comune condizione di novità: la presenza di un nuovo Pastore che, come Padre Fratello e Amico, è ormai in cammino con voi per condividere, ogni giorno, la stessa vita e innestare semi di speranza nel terreno fecondo del nostro Territorio. Siamo collocati, reciprocamente e nella comune disposizione del cuore, in uno stato nascente: una novità che si apre alla speranza di rispondere, con l’aiuto del Verbo umanato, alle molteplici e complesse problematiche che segnano l’attuale vicenda umana. Le difficoltà, personali, economiche e sociali spingono alla responsabilità del donare nuova luce alle difficili prove a cui tutti siamo chiamati. Per questo, felice è la Notte in cui l’uomo compare chiaro a se stesso, perché riscopre l’autenticità del proprio cuore (W. Goethe).

Siamo, infatti, nella luce gioiosa dello sguardo amorevole e misericordioso di Dio, Trino e Unico, che dona il Suo Figlio, l’Amato, per offrire, ancora una volta, la grazia della fiducia e della consapevolezza di non essere mai soli. È la grazia della vita nuova che nasce in ogni cuore disposto a saper trovare quello che di buono c’è anche nella prova (Teofane il Recluso, Vita spirituale). Le oscurità della vita inducono a leggere solo i limiti delle difficoltà che rendono ancor più faticoso il nostro cammino: in esse, lo sguardo della condivisione e della mutualità potrà aprire varchi all’opportunità che trasforma la prova in esperienza di nuova fraternità e amicizia sociale. Oltre la prova impegnativa dell’Amore di Dio, donato a noi e per noi nel Figlio umanato, con occhi più attenti e cuore libero possiamo scoprire la presenza di segni e persone che rendono più agile il nostro cammino. Sono presenze, di ogni condizione e provenienza, che rinvigoriscono le energie fiaccate dalle molteplici problematiche che tutti siamo chiamati ad affrontare: umane, morali, spirituali, ambientali, economiche e sociali. Se prevalgono ansia e preoccupazione affronteremo questa condizione in uno stato di debolezza che fa prevalere la voglia di garantirsi una risposta individuale, egoistica, al rischio e all’incertezza del momento. Al contrario, solo la riscoperta di una ritrovata amicizia sociale, che ritesse la trama di buone relazioni, potrà segnare, per tutti e per i più fragili, quella qualità di vita che dona senso e prospettiva ai nostri sforzi.

Quella luce di grazia che illumina il cuore e le parole di vera speranza che sono offerte alla nostra vigile attenzione, in questo Natale, tracciano l’unico sentiero che conduce ad una autentica pienezza di vita.

Il Natale di Gesù si offre ancora come ripensamento e progetto alternativo alle forme di chiusura e di distanza dall’umano: culturale, sociale e religioso. Chiede di sapersi dare, di avere bisogno dell’Altro, come un bambino. Questa nascita consegna la capacità, umile e sapiente, di non rinunciare al dialogo e all’incontro; di riconquistare l’essenziale in cui ogni esperienza trova origine e maturazione: la reciprocità e la mutualità delle buone relazioni.

Questo mio è un accorato invito a saper guardare con gli occhi del cuore, semplicemente; a “sentire” il Natale di Gesù come intima esperienza spirituale: dimensione sapienziale in cui si ritrova il senso e il valore dell’umano, tra interiorità e realtà quotidiana. È nuova opportunità per ritornare a sé e riscoprirsi nella propria umanità, comunque fragile e densa di limiti!

Senza questa immersione nell’intimità i progetti diventano facilmente illusioni; gli sforzi, delusioni. Partendo dal cuore possiamo dirci e dire: santa e felice Notte per quanti cercheranno di confrontarsi, alla luce di questo sguardo di umanità, con se stessi e con gli altri, con le proprie e altrui speranze, senza pregiudizi e chiusure. Felice sia questa Notte perché si possa capire che la fede, come affidamento e disponibilità, è continua sorpresa, è stupore che «sgorga eternamente dalla tua anima anche se le mani spaccano la pietra o tendono il telaio». In questa Notte possiamo intuire che la fede non può essere separata dai suoi atti e il suo credo dal cammino di ogni giorno. «La vita quotidiana è il vostro tempio. Ogni volta che vi entrate, portate voi stessi. Prendete l’aratro e la fucina e il martello e il liuto, le cose forgiate nel bisogno o nel diletto, poiché se meditate non potrete elevarvi sopra la vostra gloria, né cadere più in basso delle vostre sconfitte. E prendete con voi tutti gli uomini. E se volete conoscere Dio, non siate solvitori di enigmi, piuttosto guardatevi intorno, e lo vedrete giocare con i vostri bambini. E guardate lo spazio; lo vedrete camminare sulla nube, tendere le braccia nel bagliore del lampo e scendere con la pioggia. Lo vedrete sorridere nei fiori, e sulle cime degli alberi sciogliere carezze». (Gibran, Il Profeta).

Il Natale di Gesù è esperienza di vera umanità per riscoprire la semplicità nel vivere e riguadagnare la speranza di essere a misura d’uomo, sentendosi protagonisti in un contesto in cui più che vivere noi, vivono i nostri problemi, talvolta artificiosamente ed egoisticamente indotti; è ancor più chiamata ad essere accoglienti nell’ascolto, nella condivisione, nel rispetto, nella compassione verso tutti, soprattutto i più deboli, poveri e messi ai margini con ingiustificati motivi. Perciò, santa e gioiosa Notte malgrado tutte le ostinazioni, per ritrovare la nostra comune casa: un rinnovato desiderio di umanità, come Comunità. Sì, la famiglia, le amicizie, il vicinato, quel luogo di vita condivisa in cui si sperimenta la solidarietà naturale tra famiglie e tra persone. Comunione e dialogo divengono il segno efficace di un Natale, di un nascere in umanità piena, con quella grazia che incide realmente nel vivere quotidiano. Abbiamo bisogno di stare bene insieme, di ricostituire le trame di relazioni che si sono interrotte; tutti hanno bisogno di trovare parole di conforto e di consolazione nei tanti problemi che affliggono, di trovare persone che hanno la forza di diradare, con la benevolenza, l’amara solitudine. Tutti desideriamo la fraternità dell’amore. Essa non è un sogno: è l’unica via veramente efficace per rispondere alla difficoltà del vivere. Possiamo trovarci impoveriti in tante cose, privati di cose che ci avevano in qualche modo imprigionato, ma non certamente dobbiamo scoprirci poveri nella fraternità e nella comunione. Come nel Dio-che-si-fa-uomo, la prossimità e la cura sono l’unica via per conseguire la pienezza della vita. Infatti, «l’esigenza dell’amore non bada a quel che sarà, che cosa debba, che cosa gli sia possibile. L’amore non si arresta davanti all’impossibile, non si attenua di fronte alle difficoltà». Se si ama veramente anche l’impossibile diventa praticabile: si cerca in tutti i modi di trovare un varco per realizzare il desiderio di felicità, di raggiungere ciò che si ama, la persona che si ama. Per questo è necessario desiderare veramente l’Amore! 

Se lasciamo crescere in noi, l’Amore che contempliamo davanti a noi, vivremo lo stato nascente di ritrovate amicizie, di nuovi vincoli familiari vissuti con amorevole pazienza, di un comune impegno, da protagonisti, di una solida trama sociale: è la condizione più ragionevole per rispondere ai comuni problemi di una vita complessa e segnata da molteplici prove; per sentirci realizzati nel facilitare la vita di chi vive limiti e fragilità e spianare la strada di Dio, la strada che riconsegna quella dignità che è patrimonio intangibile di ogni uomo. La fraternità è senza dubbio la linfa che rigenera il nostro cuore; ma la linfa della comunione e del dialogo non può essere il frutto esclusivo della volontà di praticare il bene: spesso ci ritroviamo come un pozzo senza acqua, inaridito dalla vita e da cui non si riesce a trarre alcuna energia. La sorgente del nostro cuore ha bisogno di alimentarsi con un amore che vale per sempre e che rimane luminoso anche nelle oscurità del vivere; quest’Amore da amare è il Cristo-bambino che celebriamo e contempliamo, è il Mistero della debolezza che mostra tutta la sua potenza; è il Mistero del chinarsi di Dio come acqua che non farà più patire la sete: un amore che dilata il cuore fino a consentire di contenere non solo ciò che si ama ma, e soprattutto, ogni piccola e comune invocazione di amore, da ogni provenienza; è scoprire la bellezza feconda dell’accoglienza capace di sacrificio per-un-altro. «Dio, vedendo il mondo sconvolto dalla paura, interviene sollecitamente per richiamarlo con l’amore, invitarlo con la grazia, trattenerlo con la carità, stringerlo a sé con l’affetto» (Pietro Crisologo, Discorsi, n. 147). Con queste accorate parole, giunga a tutti voi la condivisione di una gioia, realistica e responsabile, che riempie, in modo faticoso e concreto, il cuore e la vita. Semplicemente, a tutti e nella comune speranza, senza alcuna distinzione: Buon Natale di vera e condivisa umanità!

+ Orazio Francesco Piazza
Vostro padre nella fede, speranza e carità


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