Viterbo – Alla fine di questo 2022, saremo pure una nazione “malinconica e spaventata” come dicono i ricercatori del Censis, quelli che ogni anno ci fotografano: una volta in apnea, un’altra sfiduciati e pure rancorosi, irrazionali o come una ruota quadrata che non gira. Sta bene, ma con l’ironia che fu di Pino Caruso: “Se il limone è amaro, di chi è la colpa? Del limone o dell’albero?”. E qui sta il busillis vecchio come la storia di uno stato in “transizione infinita”, continuativamente irregolare con salti, fratture, detti e non detti, racconti di volta in volta travisanti eppure bollinati di autenticità da parte di vincitori narranti del momento.
Così fin dall’origine, quando attribuirono alle predicazioni ed alle sortite rivoluzionarie di Mazzini e Garibaldi il Risorgimento che invece servì a giustificare le mire di espansione di un piccolo regno di confine, il Piemonte con la Savoia e la lontana Sardegna. Creazione di classi sociali elitarie borghesi cui il popolo sarà, se non indifferente, passivo. Con buona pace della retorica manzoniana dell’”Italia una d’arme, di lingua e d’altare, di memorie, di sangue e di cor”, bei versi che però continuano a rappresentare il miraggio di un modello non ancora compiuto di stato nazionale restio a sentirsi davvero popolo. E, per venire ai fondamenti politici dell’attuale repubblica nata dall’antifascismo, il fatto che dopo quasi ottant’anni di quest’ultimo si dibatta, potrebbe nasconderne una natura di mito, se è vero che della guerra civile tra partigiani e i fascisti vecchi e nuovi di Salò furono protagoniste anzitutto minoranze da una parte e dall’altra.
Così, la Costituzione repubblicana definita la più bella del mondo regge lo stato tra continue volontà di sue modifiche, peraltro, quando attuate, estemporanee ed emergenziali anziché razionali ed organiche, mentre il mutare delle situazioni sociali, ne determina il mutamento di fatto. Addirittura proprio ad opera dei suoi garanti se è vero che uno di essi, Francesco Cossiga, ammise: “Siamo stati in molti a stravolgerla o comunque a dichiarare con i nostri comportamenti che era stata stravolta dal mutare della costituzione materiale”.
Una transizione infinita, dunque, che continua e si manifesta anche nei mutevoli e mutati sentimenti collettivi che il Censis sintetizza: malinconici, macerati dalla sfiducia, affetti da “sovranismo psichico”, preoccupati in maggioranza di una terza guerra mondiale cui l’Italia non potrebbe sottrarsi ma insieme “con rinnovata domanda di prospettive e di benessere”.
L’incompiutezza conseguente si manifesta pure nella situazione economica caratterizzata dal precipitare di troppi ormai da uno stato di medio benessere all’abisso della povertà. Tanti, ma meno di quelli che, dichiarando al fisco redditi da soglia di pubblica o privata assistenza, non si ritrovano poi in fila alle mense della Caritas. Poveri in aumento, perciò, ma anche finti poveri, non di rado ingiusti e sleali fruitori dei bonus che, sempre più in abbondanza e varietà, una politica naif quanto alle responsabilità del governo ammannisce come diritti, anziché ricordare a se stessa ed ai governati che, diceva Aldo Moro “Questo paese non si salverà se non nascerà un nuovo senso del dovere della responsabilità”. Era il 28 febbraio 1978, poco prima del rapimento e dopo quasi quarantacinque anni la gestazione della coscienza dei doveri è ancora in corso.
Transizione, incompiutezza ed incertezze naturali o volute. Anche a Bruxelles, dove pensarono ad un’Europa col rapporto tra debito e ricchezza del 60% ed invece, trent’anni dopo, siamo ancora al 94,2. Certo, l’Italia con il 145% sembra meritare la maglia nera, ma nella verità della nostra transizione infinità è proprio così? Stando ai dati di questi giorni su capacità produttiva del paese, solidità del sistema finanziario, fiducia dei mercati che comprano il nostro debito, spread quasi in sonno, crescente liquidità dei cittadini in banca e alla posta e, da ultimo, un bilancio dello stato scritto con la penna della prudenza che sembra quella lasciata da Draghi, la situazione italiana non parrebbe né insostenibile né pericolosa.
Tutto bene, allora? No, semplicemente con passo irregolare, talora incerto, comunque avanti si va. Lungo la sperimentata strada di una transizione lunga verso una normalità di stato e di popolo che chissà se e quando finirà. Nell’Italia degli ottomila campanili e dialetti, delle storie di servaggi millenari ma anche di imperi mondiali della Roma imperiale e di quella papale. Tra contraddizioni e successi.
Un po’ malinconicamente, però.
Renzo Trappolini
