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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – L’ultimo intervento del comando provinciale dei carabinieri, a cui va il nostro plauso e riconoscimento, che ha rilevato nell’azienda Camilli “…operai, impiegati nella lavorazione dei campi, sono stati sottoposti a condizioni lavorative caratterizzate da lunghissimi turni di lavoro (…), dall’esposizione alle intemperie e talvolta, dalla mancata fruizione del giorno di riposo settimanale, ferie e malattie retribuite e dalla corresponsione di remunerazioni palesamenti difformi rispetto ai dettami dei contratti nazionali e provinciali, mentre i salari venivano, in parte, corrisposti mediante bonifico ed in parte, in nero” segnalando inoltre che “ gli stessi provengono da paesi poverissimi e con una disastrosa situazione sociale e politica e per lo più sono giunti in Italia dopo lunghi e rischiosi viaggi che comprendono, in alcuni casi, l’attraversamento del Mediterraneo dalla Libia, pericoli cui si sono ovviamente esposti perché mossi dall’impellente necessità di trovare un lavoro, mediante il quale percepire risorse necessarie a garantire il proprio sostentamento, nonché quelli delle famiglie rimaste nei paesi d’origine”, rappresenta l’ennesimo grido di allarme rispetto ad un fenomeno più volte denunciato da sindacati e associazioni e più volte oggetto di indagini da parte delle forze dell’ordine.
Non ha senso dividersi tra chi denuncia lo sfruttamento e chi difende l’onorabilità e la reputazione degli agricoltori onesti. Serve un impegno comune di istituzioni e società civile organizzata per sostenere la buona agricoltura e al tempo stesso contrastare con maggiore efficacia e determinazione tutte le forme di abuso delle vulnerabilità di lavoratori sottoposti a condizioni di lavoro illegali e pericolose. In questi ultimi anni, sulla scorta di denunce di sindacati, associazioni, ricercatori, ispettorato e forze dell’ordine sono state approvate nuove norme che rendono la lotta al caporalato e allo sfruttamento più stringente ed efficace. Tra questi provvedimenti, oltre alla fondamentale definizione del reato di intermediazione illecita e soprattutto quello di sfruttamento lavorativo sono stati previste azioni e strumenti premiali, tra questi l’Albo della rete del lavoro di qualità. Le imprese agricole possono iscriversi all’Albo attraverso un’autodichiarazione in cui dichiarano sostanzialmente di essere in regola con il fisco e la contribuzione contributiva. La ratio della legge prevedeva di concentrare la propria azione di controllo, in via prioritaria, sulle aziende non iscritte e dare seguito a provvedimenti specifici di sostegno a quelle iscritte, quali agevolazioni nell’accesso ai finanziamenti comunitari, statali e regionali, punteggio di favore nei bandi pubblici e forme diverse di sostegno promozionale dei prodotti di aziende sane.
Il risultato che, purtroppo, riguarda anche il territorio viterbese, è un numero di iscritti (circa 100 su bacino potenziale di circa 2000) decisamente deludente. Dopo oltre sei anni dalla istituzione della legge 199/16 si tratta di tirare le somme e chiedere a ciascun soggetto di prendersi le proprie responsabilità rispetto al contrasto del fenomeno sfruttamento. Se si vuole veramente superare questa vergogna bisogna attuare le leggi e far uscire dall’illegalità chi approfitta delle fragilità di persone bisognose e ricattabili. Ci aspettiamo uno scatto di reazione da parte di tutte le istituzioni che hanno competenza in materia per dare seguito ad impegni concreti. Verificare per quale ragione la maggior parte delle aziende non si iscrive alla “Rete del lavoro di qualità”. Capire se non si iscrivono per nascondere situazioni illegali o per impedimenti burocratici e disinformazione diventa un passaggio fondamentale. Siamo consapevoli che l’iscrizione alla rete sia solo uno degli strumenti su cui agire, ma la sua mancata attuazione è un serio campanello di allarme da non trascurare.
Altrettanto importante risulta un maggiore coordinamento tra i diversi livelli istituzionali con sindacati, associazioni e enti datoriali al fine di concordare azioni ed iniziative che abbiano obiettivi seri di contrasto allo sfruttamento lavorativo a partire dal monitoraggio dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, al trasporto e al diritto all’abitare dei lavoratori impiegati in questi lavori.
Per quanto ci riguarda continueremo a lavorare per unire le forze sociali come abbiamo fatto in questi ultimi anni con la Rete Antitratta della Tuscia al fine di far emergere lo sfruttamento attraverso le attività di sensibilizzazione e informazione diretta ai lavoratori e gli sportelli legali.
Nell’incontro di luglio in prefettura tutti i presenti hanno ringraziato il signor prefetto Dr. Cananà invitandolo a riconvocare il tavolo degli attori impegnati sul tema. Ribadiamo l’apprezzamento per l’impegno del prefetto e auspichiamo un momento di verifica sui passi sin qui effettuati e su impegni sempre più precisi e concreti per ciascuno degli attori impegnati dal tema lavoro e sfruttamento.
Sergio Giovagnoli
Responsabile antitratta Arci Lazio
