L’arrivo del nuovo vescovo Orazio Francesco Piazza in cattedrale – L’abbraccio con Lino Fumagalli
Viterbo – Un grande vescovo, Lino Fumagalli, lascia la carica, ma la sensazione, per ora, è che ne sia arrivato un altro di levatura: Orazio Francesco Piazza.
Ora che non è più in carica, mi sento libero di salutare Fumagalli, senza il rischio di piaggerie.
I vescovi, e i sacerdoti in generale, son sempre degli intellettuali di discreto livello e in alcuni casi di alto e altissimo livello. Per fare una battuta, da laico e nel segno di Spinoza, questo è necessario se si vogliono tenere in piedi i paradossi dogmatici che la chiesa sostiene. Serve un esercito di intellettuali organici, direbbe Gramsci. Mi perdonino i riferimenti, i vescovi. Ma tant’è, ognuno è figlio della propria cultura. Ognuno sta, da nano, sulle spalle dei giganti che si è scelto, per parafrasare Bernardo di Chartres.
Tornando a Fumagalli, con lui lascia l’incarico di vescovo di Viterbo un intellettuale, colto, intelligente, sensibile. Un vescovo di grande apertura interreligiosa e pastorale. Disponibile al dialogo con le realtà islamiche presenti nella nostra città.
Viterbo – Lino Fumagalli
Il rammarico è che forse noi viterbesi non siamo stati in grado di fare tesoro e di far fruttare queste doti. Erano lì e non le abbiamo colte. Fumagalli, da quando son nato, è il secondo vescovo che è nella mia mente con affetto. Con simpatia intellettuale e umana. L’altro è Fiorino Tagliaferri di cui ricordo ancora una sua splendida lettera pastorale che conservo nella mia biblioteca. Era stato assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana, prima di venire a Viterbo. Con lui ebbi una diatriba sulla situazione in cui versava il campo rom della città. Il vescovo sopportò il nanerottolo che aveva davanti e alla fine fece visita al campo in cui vivevano bambini tra le pozzanghere. Erano tempi in cui la teologia della liberazione mi guidava. Altri tempi, altre temperie, altri uomini.
Sempre lieve nei toni, chiaro nella parola, con un sorriso accogliente, Fumagalli è un bell’esempio di pastore, di vescovo pienamente conciliare. Formatosi sacerdote col concilio, ho sempre pensato. Giovanneo come Fiorino Tagliaferri. Ma per così dire: giovanneo nativo. Figlio a pieno titolo del concilio Vaticano II. Che io ho vissuto più attraverso gli scritti di don Lorenzo Milani e le parole del giornalista e vaticanista Rai Ettore Masina. Forse mi sbaglierò, ma questa è l’immagine che ho di Fumagalli.
A lui va un grazie sincero e personale profondo. Un grazie per la pazienza, per la sua azione pastorale, per la sua disponibilità. Disponibilità verso anche la nostra realtà giornalistica. Venne un giorno a tenere una lezione sulla struttura della chiesa locale e nazionale al corso di giornalismo che tenevo in una delle nostre sedi. Lezione limpida e chiarissima. Con la mia consueta presunzione da Masaniello di borgata, gli dissi prima della lezione: “Mi raccomando lasci stare ogni forma di proselitismo”. Raccomandazione, col senno di poi, stupida e presuntuosa: il vescovo era venuto da intellettuale della chiesa a fare lezione, non adepti. Ma che dire: con un sorriso mi sopportò anche lui.
E mi/ci sopportò con attenzione anche quando come testata lanciammo l’allarme per lo stato in cui versava la loggia del palazzo Papale. Questione sollevata intelligentemente dalla stessa diocesi in un passaggio di un documento pubblico che paventava il pericolo di crollo. Passaggio passato inosservato della classe politica che guidava allora il comune. Nani che non stanno neppure sulle spalle dei giganti. La diocesi poi intervenne e iniziò il restauro di consolidamento.
Ultima questione il dialogo interreligioso inaugurato dal vescovo Fumagalli a Viterbo, incontri con la comunità islamica, i cui vertici sono venuti a trovarci. Un dialogo che non può non essere, perché siamo anche figli della cultura islamica. Del lascito filosofico e logico matematico dei momenti più alti di quella storia. Ce lo insegna perfino Dante. Non deflettendo ovviamente mai dai principi dello stato di diritto. Metavalore che ci fa uomini. Uomini liberi.
Viterbo – Lino Fumagalli e Mohammed Kdib
Fumagalli si è fatto poi promotore di opere pubbliche importanti, avvalendosi anche dell’8 per mille, se non ricordo male. Come, ad esempio, i lavori di ristrutturazione e ampliamento del complesso dei Santi Ilario e Valentino, trasformandolo in un vero e proprio polo culturale in un quartiere periferico pieno di contraddizioni sociali. Oppure il “mausoleo” dei vescovi a Santa Maria della Quercia. Per citare soltanto un paio di cose.
Ha guidato la diocesi affidandosi a un gruppo di giovani.
Infine, quando tutti avrebbero voluto affondare le navi che trasportavano i profughi nel mediterraneo e quando tutti volevano prendersela con i più deboli in tempi di pandemia, la voce di Fumagalli è stata la sola che si è levata al fianco degli ultimi ricordando i valori fondamentali, e fondanti, della solidarietà e della fratellanza. Del cristianesimo. Ha ricordato a tutti che l’umanesimo è la sola via percorribile. Che al centro di tutto c’è la persona per evocare Mounier e Maritain. Per non dire Paolo VI.
E quindi ancora un grazie. La consolazione è che, per quanto so, Fumagalli rimarrà nella Tuscia, alla Quercia. Bene. Bisognerà ingegnarsi di giovarsi di più della sua presenza.
Ora glielo posso dire senza piaggeria: l’ho molto apprezzata e continuerò a farlo nel nuovo ruolo. Speriamo, come redazione, di costruire occasioni nuove di incontro, di scambio e di collaborazione intellettuale. Noi siamo abituati a costruire ponti, non mura. E speriamo che lo faccia la città intera. Un’occasione potrebbe essere il progetto che ho in mente da qualche tempo: fare di Viterbo la città dei diritti. Ci stiamo lavorando e su alcune questioni si può lavorare insieme. Perché no?
Dopo il saluto al vescovo che lascia, un saluto di benvenuto al vescovo entrante, che ci fa ben sperare: Orazio Francesco Piazza. Anche lui nativo conciliare, aveva appena nove anni quando il concilio, voluto da Giovanni XXIII, iniziò. Un saluto per ricordargli, cose che già sa: che questa non è solo la città dalla pietra grigia, per dirla con Corrado Alvaro, e chiusa dentro le mura, ma anche la città del fondatore dell’Azione cattolica Mario Fani che implorava: “Usciamo dalle sacrestie!”. L’Azione cattolica che un papa, Pio XI, disse essere pupilla dei suoi occhi e che vide assaltate dalle squadracce fasciste la proprie sedi.
L’insediamento di Orazio Francesco Piazza
Siamo anche la città di santa Rosa che in qualche modo si mosse nell’alveo della rifondazione cristiana voluta da Francesco. San Francesco. Certo era una bambina, io da laico la considero, da sempre, una sorellina minore di età a cui voler bene e da tutelare.
Infine, ma non ultimo, siamo la città del conclave, dei papi, della predicazione di un gigante come san Tommaso. La città della macchina di santa Rosa, dei facchini di santa Rosa, che Giovanni Paolo II chiamò “uomini forti!”, sollevando, inusitatamente, il pugno chiuso dalla finestra di palazzo dei Priori. E siamo la provincia di san Bonaventura da Bagnoregio e del miracolo di Bolsena. E si potrebbe andare avanti.
Come si può vedere qualche lampo di storia e di luce l’abbiamo avuto anche noi. Io penso luce umana, per altri può essere cristiana. Ma di un cristianesimo alto. Degno di quei due grandi intellettuali che sono stati Yeshùa, il Cristo per i credenti, e Saulo, il grande comunicatore.
Per chiuderla, altrimenti, non la finisco più: benvenuto vescovo Piazza. Semplicemente. “Buongiorno” direbbe papa Francesco che ci ha incantato con il suo austero “buonasera”. Anche lui semplicemente.
Le attese sono molte. E sono certo che saranno ripagate.
Carlo Galeotti



