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Viterbo – “Ai festini con le donne da Cesare si beve e si pippa… ci sono pure esponenti delle forze dell’ordine, sono loro che mi passano informazioni sul messicano”. Lo avrebbe detto ai carabinieri, mentre minacciava di morte il maresciallo conosciuto tra i colleghi come il “messicano”, il boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi.
Era il 17 agosto 2017 e nel mentre i militari stavano sequestrando, nel piazzale al chilometro 87.800 della Cassia Nord, i due camion della sua concessionaria che gli erano stati bruciati la notte precedente.
E’ ripreso ieri davanti al giudice Roberto Cappelli il processo in cui Rebeshi – difeso dallo storico avvocato Roberto Afeltra, presente in video collegamento dal carcere di Cuneo dove il 40enne albanese è detenuto al 41 bis – è imputato di diffamazione, minacce e oltraggio a pubblico ufficiale.
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“Se il messicano ce l’ha con me, a 300 euro trovo una pistola, scopro dove abita ed è fatta”, sarebbe stato minacciato tramite i colleghi il maresciallo, parte civile al processo con l’avvocato Remigio Sicilia.
Ieri sono stati sentiti due dei militari del Norm della compagnia di Viterbo che hanno sentito le sue dichiarazioni.
Davanti a loro avrebbe tirato fuori la storia dei “festini da Cesare”.
“Io comunque vengo a sapere tutto da persone che vanno a fare i festini da Cesare”, avrebbe detto Rebeshi.
E ancora: “Alle cene con le donne che organizza Cesare si beve e si pippa, sono cene particolari, cui partecipano anche esponenti delle forze dell’ordine, sono loro che mi dicono cosa fa il messicano”.
Da loro Rebeshi avrebbe saputo che “mi accusa di avere incendiato la macchina di un carabiniere”, asserendo quindi “se mio fratello ha sbagliato, io non c’entro” e spiegando ai militari del Norm presenti “mi sta addosso, so di essere intercettato”, “per colpa sua non lavoro più”, quindi dando il via alle minacce “che gli pigliasse un colpo al cuore”.
Il processo riprenderà in primavera, per sentire ulteriori tre carabinieri e la vittima, il maresciallo minacciato di morte che si è costituito parte civile.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


