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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Riprendo volentieri una citazione del nostro vescovo Piazza: “Dio, vedendo il mondo sconvolto dalla paura, interviene sollecitamente per richiamarlo con l’amore, invitarlo con la grazia, trattenerlo con la carità, stringerlo a sé con l’affetto” (Pietro Crisologo).
– Piazza: “Accoglietemi tra voi come padre, fratello e amico…”
Eh, già: la chiave esplicativa del mondo contemporaneo sembra essere la paura.
La paura è un sentimento che l’essere umano ha sempre provato, e sempre combattuto. Lo ha accompagnato quando si inoltrava nella foresta popolata di belve; quando fuggiva il tuono e il fulmine, incapace di darne spiegazione, quando osservava attonito l’imprevisto sobbalzare del terremoto o l’infernale eruzione del vulcano. La paura lo attanagliava quando sentiva cedere le forze e la vita. Ma l’essere umano aveva anche paura dei suoi simili, quelli che d’improvviso gli si paravano dinanzi, forse minacciosi, certo sconosciuti.
Eppure, la paura ha anche generato l’operosità, la voglia di sopravvivenza e il desiderio di conoscenza; proprio per combatterla, superarla, esorcizzarla, l’essere umano è stato Prometeo, ha costruito e migliorato la sua condizione, ha sperimentato, ha forgiato, ha ideato.
Apparentemente, l’essere umano di oggi potrebbe cedere ad un delirio di onnipotenza. La sua conoscenza si è fatta sempre più profonda, con la tecnologia e con la scienza si è nominato padrone del mondo.
Eppure, l’essere umano di oggi ha paura. Una paura che non proviene più tanto dall’ignoto, come accadeva al suo progenitore primitivo, ma proprio da un surplus di consapevolezza, dalla sensazione di non riuscire a prevedere e a governare il mondo che pure ha plasmato.
Complessità e incertezza: sono i tratti caratteristici della modernità, hanno scritto Bauman, Giddens, Luhmann, osservando il proliferare e il diversificarsi delle situazioni, dei casi, delle azioni, delle tipologie, dei modelli culturali, delle idee, delle aspettative.
La società “semplice”, contadino-artigianale dei secoli passati, dove nulla sembrava cambiare veramente e la maggior parte degli individui sapeva in anticipo quale sarebbe stata la propria vita, il proprio destino, sta sparendo dalle scene dei paesi industrializzati. Per nostra fortuna, noi ci sentiamo arricchiti; di stimoli, di occasioni, di conoscenza e di sapienza, di riflessività; persino di risorse etiche e morali. Ma è proprio questa ricchezza di informazione, di consapevolezza, di sensibilità a renderci impauriti. Perché noi sappiamo.
Sappiamo dei limiti della scienza; delle contraddizioni dell’etica; delle indecisioni delle religioni; della povertà che attanaglia altrove i nostri simili; dei poteri quasi incontrollabili della comunicazione; dei rischi dello sviluppo. Abbiamo paura quando passeggiamo per la città; quando guidiamo in autostrada; quando ci sottoponiamo ad un esame; quando dobbiamo fare una scelta; quando pensiamo ai nostri figli; quando dobbiamo aprire le porte del nostro io al dialogo, che è scambio e cambiamento; quando incontriamo lo sconosciuto. L’epidemia ci ha scoperto fragili; il futuro si dischiude ai venti di guerra; il progresso forse sublima nella crisi, certo non la esclude.
E allontaniamo il senso di paura mostrando i denti, come fa la belva di fronte al pericolo. Così, esibiamo apparente fiducia, apparente sicurezza nel gestire la nostra vita, le nostre idee, i nostri progetti. Ci comportiamo persino in modo spocchioso e aggressivo, pur di apparire dominanti. Ma statene certi, ci conforta in questo la psicologia: il violento è uno che ha paura.
Amare è rischioso, ma epico; odiare ci fa sentire più forti; ignorare esorcizza i dubbi, ma sapere conforta le nostre scelte; consumare ci offre identità; comunicare ci dà condivisione e appartenenza. Così ridiamo, ci divertiamo, ci esibiamo e ci impegniamo anche se soffriamo e siamo a corto di certezze. Poi, quando siamo soli, dentro di noi emerge pian piano la domanda accorata di Pietro: “ Signore, da chi andremo?”, che è la resa interiore alla paura, se non c’è una fede a sorreggerci.
Pietro si dà una risposta: “Signore, Tu solo hai parole di vita eterna”. Ma non tutti hanno questa risposta a cui aggrapparsi. E allora, a prescindere da una religione, ciascuno di noi cerca la risposta in atteggiamenti di coraggiosa resilienza alla paura, costruendosi nuove e più forti certezze, nella famiglia, nelle amicizie, nella ricerca di sapere, nell’impegno sociale e culturale.
Curioso: questi comportamenti sono riassumibili nelle tre virtù teologali: fede, speranza e carità.
Non a caso, è con queste tre figure che il vescovo Piazza ha chiuso la sua lettera alla comunità ecclesiale viterbese.
Francesco Mattioli
