Viterbo – Fra poco più di un mese saranno passati 19 anni dalla morte di Attilio Manca, l’urologo 37enne dell’ospedale di Belcolle il cui corpo senza vita fu ritrovato il 12 febbraio 2004 nella sua casa della Grotticella a Viterbo.
“Il caso di Attilio continua a scottare. Sono innumerevoli gli ostacoli posti sul nostro cammino, ma non potranno mai impedirci di arrivare alla verità”, scrive in un post pubblicato il 29 dicembre sul suo profilo Facebook la mamma Angela Manca.
Suicidio tramite overdose, secondo il tribunale di Viterbo. Ucciso dalla mafia per avere operato a Marsiglia il boss Bernardo Provenzano, secondo la famiglia.
Un decennio fa, nel gennaio 2012, il giornalista viterbese Daniele Camilli pubblicò un libro intitolato “La mafia a Viterbo” , in un capitolo del quale prendeva le parti della famiglia di Attilio Manca.
Bernardo Provenzano e Attilio Manca
Per la commisisone antimafia, tornata a parlare di omicidio come sostiene da sempre la famiglia, non apparirebbe essere stato il classico assassinio mafioso, “ma il frutto di una collaborazione tra la cosca mafiosa barcellonese e soggetti istituzionali estranei a cosa nostra”.
Un sospetto che si accrescerebbe leggendo le dichiarazioni rilasciate il 28 aprile e il 13 ottobre 2015 dal pentito Carmelo D’Amico, collaboratore di giustizia di Barcellona Pozzo di Gotto e dalle dichiarazioni di Giuseppe Setola e Nunziato Siracusa. Il camorrista Setola, sentito il 4 luglio 2014, mentre Siracusa era stato sentito a verbale l’8 giugno 2015 dai magistrati Michele Prestipino e Maria Cristina Palaia.
Per la morte di Manca, è stata rinviata a giudizio Monica Mileti, l’amica romana di Attilio, oggi 63enne, presunta spacciatrice che gli avrebbe ceduto la dose letale di eroina. Condannata in primo grado a 5 anni e 4 mesi il 29 marzo 2017 perché ritenuta responsabile di aver ceduto la dose di eroina letale, è stata assolta il 16 febbraio 2021 dalla terza sezione penale della corte d’appello di Roma con la formula “perché il fatto non sussiste”, sentenza diventata definitiva perché la procura generale di Roma non ha proposto ricorso in cassazione.
Silvana Cortignani
