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Viterbo – Operaio sospettato di furto preso a sprangate e rinchiuso in una botola dal datore di lavoro, definitiva la condanna a un anno e quattro mesi a un produttore di nocciole 37enne di Vasanello.
Era stato giudicato in primo grado dal tribunale di Viterbo il 6 settembre 2018 assieme a un quarantenne d’origine serba cui è stata inflitta la stessa pena, per la brutale aggressione messa a segno la sera di lunedì 23 gennaio 2017.
Bocciato dalla cassazione il ricorso del 37enne contro la sentenza con cui, il 19 gennaio 2021, la corte d’appello di Roma aveva confermato la precedente.
Due le vittime. Oltre all’operaio, il cognato, che era con lui quando sarebbe stato attirato in trappola. Quest’ultimo si è costituito parte civile con l’avvocato Maurizio Filiacci, ottenendo, per le botte prese, una provvisionale di 2500 euro e il via libera a un più cospicuo risarcimento in sede civile.
“Ci hanno fatto inginocchiare, puntato una pistola alla fronte e picchiato a sangue con una spranga di ferro”, avevano raccontato in aula le vittime alla prima udienza del processo davanti al giudice Giacomo Autizi per sequestro di persona, lesioni e minacce aggravate in concorso.
L’imputato, difeso dall’avvocato Piergiorgio Manca del foro di Roma, avrebbe picchiato e segregato in una botola da officina l’operaio per farsi restituire i macchinari e le attrezzature agricole che secondo lui gli aveva rubato.
Picchiati con una spranga e gettati dentro una botola
Secondo l’accusa, confermata ora in terzo e ultimo grado di giudizio dalla corte di cassazione, cui ha fatto ricorso il produttore di nocciole, la sera di lunedì 23 gennaio 2017, l’imprenditore 37enne e il suo amico 40enne avrebbero attirato in trappola le vittime all’interno di un capannone dell’azienda, picchiandoli con una spranga di ferro, facendoli minacciare con una pistola da un “terzo uomo”, mai identificato per cui rimasto un fantasma, quindi gettandoli nella botola per meccanici, sigillata poi con una griglia di ferro e un bobcat parcheggiato sopra, dove sarebbero stati rinchiusi al buio per mezzora prima di essere liberati dagli stessi aguzzini.
L’imprenditore è finito ai domiciliari alla vigilia di ferragosto del 2017, sette mesi dopo i fatti, poi è stato sottoposto a obbligo di firma e di dimora. Il presunto complice, invece, al momento della sentenza del tribunale di Viterbo era tuttora ai domiciliari nel carcere sardo dove era detenuto per altri motivi.
“Del tutto credibile la versione delle persone offese”
“La motivazione della sentenza – ricordano gli ermellini – si fonda sulla concorde deposizione delle persone offese, il cui racconto risulta confermato da una testimone, raggiunta da una telefonata immediatamente dopo i fatti, e dal maresciallo dei carabinieri”.
Ergo: “Alla luce del predetto testimoniale la sentenza impugnata ha ritenuto del tutto credibile la versione delle persone offese, tenuto conto anche del certificato medico, nonché del tutto irrilevanti ed ininfluenti le divergenze marginali tra le deposizioni delle persone offese, peraltro garanzia di genuinità dei racconti. Al contrario, la corte territoriale ha evidenziato la concordanza del narrato delle persone offese sugli elementi essenziali della vicenda, quale il contatto telefonico tra le parti – peraltro ammesso anche dall’imputato e dal complice, oltre che riscontrato dall’esame dei cellulari”.
Silvana Cortignani
