|
|
Viterbo – A Spaccanapoli, via san Gregorio Armeno, Eduardo De Filippo, o meglio la statuetta in ceramica che lo ritrae mentre, coppola in testa e scialle sulle spalle, costruisce il presepe, è sempre al posto d’onore. Della rievocazione partenopea di Betlemme formato città di Gulliver, Eduardo è infatti il principale cantore da quando scrisse “Natale in casa Cupiello” e interpretò il Lucariello che ossessivamente chiede al figlio Tommasino “ ‘Te piace ‘o presepio?”, ottenendone in risposta” No,‘o presepio nun me piace”.
Conflitto tra generazioni non per l’arrivo dal nord di Babbo Natale, ma perché il ragazzo reclama un’operazione verità sulla tradizione. Lucariello lo rassicura che la cascata dell’acqua è vera e lui, Tommasino, lo contesta: “Sì, vera… l’acqua con l’enteroclisma dietro e la chiavetta da girare!!!”.
D’altronde e a pensarci bene, sono davvero poveri quei pastori con l’agnellino sulle spalle, la bisaccia piena a tracolla e calde pelli addosso? E le case illuminate, con tanto di mulino ad acqua, le strade ben segnate, i prati verdi sono forse tessuto di periferia urbana degradata? Eh, no! Avere gregge, casa in muratura, pascoli di pecore e mucche non era da poveri all’epoca di quel Bambinello deposto poveramente, lui sì, in una mangiatoia e riscaldato (questo però i vangeli non lo raccontano) da due animali seppur di pregio come l’asino, importante mezzo di locomozione allora (la sacra famiglia ci arrivò in Egitto) e il bue, forte al momento e riserva di cibo futuro.
Sembrerebbe roba da quasi agiati, se non fosse per la stalla, il fieno, per la tenerezza che fa il neonato “al freddo e al gelo” e, soprattutto, per le strade della gente comune dietro le colline le quali non profumavano e non profumano d’incenso. Anzi, direbbe Francesco, “spuzzano” di varia umanità con sempre qualche Erode pronto a farne teatro di violenza e stragi. Perciò, Tommasino trova poco rispondente al vero narrazione in gesso, legno e muschio del presepe del padre, dove arriveranno pure tre re carichi di tesori.
I presepai napoletani l’hanno capito e da tempo aggiungono ogni anno sulle bancarelle di San Gregorio personaggi copiati dalla vita quotidiana, i quali, buoni o cattivi, ricchi o poveri, figureranno poi sotto l’antica stella cometa tra i cori degli angeli.
Alcuni artigiani, a richiesta, realizzano statuette personalizzate: uomini e donne che conosci, da collocare accanto al tradizionale Benino, il pastorello addormentato, al cacciatore coi cani, al pescatore con la canna, alla zingara, alla lavandaia, ai venditori del mercato e, scortato da zampognari e musici vari sopra un carretto con botti di vino, al Ciccibacco gaudente e un po’ pagano in onore al nome che porta.
A proposito di cose vere e no, dicono che in tempo di Natale siamo tutti più buoni, ma in Ucraina son continuati a cadere i missili e la gente a morire. Stessa cosa in Siria, Etiopia, Iraq, Yemen… come potrebbe ricominciare in Kossovo. Su queste altre tragedie, però, le anime buone dei governi cristiani occidentali e i loro portavoce in tv e sui giornali non dicono molto. Eppure, anche lì c’è la zampa dei soliti aspiranti imperatori del mondo e Damasco, a conti fatti, non è tanto più distante da noi di Kiev.
Dovesse, perciò, ripetersi un altro Natale così, Lucio Dalla non augurerebbe un anno nuovo con “tre volte Natale” e l’”umore nero” darebbe ancora modo di scrivere “frugando dentro alle nostre miserie” al Guccini de L’avvelenata. Ma anche a chi cantautore non è e scrive… tanto per distrarsi un po’.
Renzo Trappolini
