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Baby pusher, processo prescritto ma il boss di mafia viterbese vuole l’assoluzione

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Carabinieri - Nel riquadro: Ismail Rebeshi

Carabinieri – Nel riquadro: Ismail Rebeshi

Roberto Afeltra

L’avvocato Roberto Afeltra

Viterbo – (sil.co.) – Spaccio, processo “baby pusher” prescritto ma il boss di mafia viterbese vuole l’assoluzione. 

Ismail Rebeshi, tuttora detenuto al 41 bis nel carcere di Cuneo, non si accontenta della prescrizione e tramite lo storico difensore Roberto Afeltra si dice pronto a ricorrere in appello.

E’ il processo che si è chiuso lunedì davanti al giudice Ilaria Inghilleri del tribunale di Viterbo, in cui Rebeshi era imputato assieme all’ex braccio destro Sokol Dervishi e altri tredici presunti spacciatori finiti nel mirino della procura dieci anni fa, nel lontano 2013. 

Il difensore del quarantenne albanese condannato in via definitiva a 10 anni e 11 mesi per associazione di stampo mafioso è pronto a fare appello contro la sentenza di non luogo a procedere per estinzione del reato. 

Lo scorso 15 novembre, Rebeshi è stato assolto dall’accusa di essere stato il mandante dal carcere di estorsione con metodo mafioso ai danni di due imprenditori viterbesi per recuperare circa diecimila euro, secondo lui dovuti, per pagarsi le spese legali alla vigilia del processo scaturito dall’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019. Uscite le motivazioni, la Dda potrebbe dare appello.


“Fortino della droga” a Tre Croci

Secondo l’accusa, nel 2013, Sokol Dervishi e Ismail Rebeshi avrebbero capeggiato una banda di quindici spacciatori di età compresa, oggi, tra i 27 e i 41 anni, trasformando un casale di Tre Croci in una sorta di “fortino della droga” per il consumo collettivo di marijuana.

Lo scorso 26 gennaio. a distanza di dieci anni, la stessa procura ha chiesto la riqualificazione del reato secondo il quinto comma, riconoscendo la lieve entità dello spaccio, grazie alla quale, riducendosi i tempi della prescrizione, il processo si è chiuso il 13 febbraio per intervenuta prescrizione. 

Presunte menti del traffico sarebbero stati cinque albanesi, tra cui Rebeshi e Dervishi, e due donne romene, le compagne di Ismail e Sokol. Rebeshi, in particolare, sorpreso con una banconota da 20 euro falsa, è accusato di detenzione di soldi contraffatti. Sarebbero invece una trentina gli episodi di spaccio accertati dagli inquirenti, diventato “piccolo spaccio” in seguito alla riqualificazione del reato di gennaio.

Gli episodi di spaccio coprirebbero un periodo compreso tra il 2012 e il 2013, tra Viterbo, Capranica, Vetralla e la frazione di Tre Croci, Roma e Perugia. Avrebbero venduto o ceduto droga a una vasta clientela, composta da giovani, tossicodipendenti abituali e non. Per lo più cocaina, ma anche altri stupefacenti. 


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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