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“Difficilmente si potrà vincere ma una partecipazione autorevole può portare sostegno allo sviluppo turistico”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Designare una città “Capitale della cultura”, che sia di quella italiana o di quella europea, necessita di tre requisiti fondamentali. Il primo, l’esistenza di un “progetto comunicativo”; il secondo, di un attributo “politico”, che attenga o al “politically correct” o ad una logica dello sviluppo; il terzo, gli onnipresenti “santi in paradiso”. Può dispiacere che il secondo e il terzo requisito facciano pesantemente aggio sul primo, che dovrebbe essere il solo  a prevalere, ma l’Humprey Bogart di L’Ultima minaccia  avrebbe sentenziato: “E’ la politica, bellezza, e tu non puoi farci niente!”.

Matera va considerata un caso emblematico e si dovrebbe prendere esempio da esso: valorizzazione martellante di quelle, pur circoscritte (ad avviso di taluni), specificità che la città offre; collocazione strategica nel modello di rivalutazione del Sud d’Europa; protezione bipartisan ai massimi livelli.

Ammiro la franchezza con cui il consiglio comunale, mentre si impegnava a disegnare una candidatura forte di Viterbo, esprimeva anche la realistica considerazione che difficilmente si potrà vincere; e formulava la speranza che, comunque, una partecipazione autorevole al concorso possa portare sostegno allo sviluppo turistico e  culturale della Città. Come dire, l’importante è partecipare… E probabilmente è vero, perché porta conseguenze, per lo più positive.

Dunque, tralasciando i requisiti “politici”, sempre aleatori, vediamo cosa può significare redigere un “progetto comunicativo”. Intanto, significa avere un progetto: coerente, accattivante, carico di significati culturali; ma significa anche saperlo valorizzare, comunicarlo attraverso una narrazione, uno storytelling in grado di affascinare il destinatario anche al di là delle carte da giocare.

A Viterbo non manca nulla dal punto di vista culturale. Certo, non presenta i picchi di alcune città d’arte che hanno fatto la storia d’Italia e che nell’immaginario collettivo costituiscono quasi una rappresentazione plastica della cultura.  Ma c’è una continuità storica impressionante in questa città: etruschi, romani, una focale centralità nel medioevo e una peculiare presenza storico-culturale almeno fino al barocco. Ci sono le tradizioni popolari di grande significato folclorico, come la Macchina di S. Rosa. C’è il paesaggio sostanzialmente integro che spazia dalle peculiarità vegetazionali dell’area cimina ai giacimenti termali del Bullicame. C’è la centralità territoriale che testimonia uno scambio e una integrazione antropologica, economica e culturale con le circostanti aree pregiate dei laghi, con quella dei calanchi bagnoresi, con l’area falisca e con quel mai abbastanza considerato tracciato francigeno che dall’ Acquapendente del Santo Sepolcro, alla Bolsena del miracolo eucaristico e fino alla Sutri etrusca e longobarda si punteggia di tesori d’arte, storia e cultura. E c’é una università.

Tanto per non polemizzare, ad un confronto “oggettivo” Matera non  reggerebbe, con tutto il rispetto per i famosi Sassi, per la Gravina, il Castello Tramontano, De Martino, Pasolini e Gibson.

Ma andiamo oltre. Tutte le risorse elencate – o meglio: accennate –  in precedenza non valgono se sono semplicemente ammucchiate una sull’altra; nonostante tutto, il mucchio potrebbe non bastare, anzi potrebbe generare confusione, che è l’esatto contrario del concetto di comunicazione.

Mi è capitato di partecipare in passato ai lavori di due commissioni per Viterbo capitale della cultura; in un caso, trovammo un programma che in pratica era già pressoché fatto e in un altro la direzione imposta “colà dove si vuole e si puote” appariva perdente fin dall’inizio; per carità, tanta buona volontà, ma si era costretti a volare a quote basse.

In realtà è necessario elaborare un progetto che seleziona, colpisce, affabula, fa sbattere gli occhi, stimola la mente, provoca la curiosità, invita al sogno e, allo stesso tempo, è freddamente organizzato e mirato per minimizzare i punti deboli ed esaltare le risorse migliori; peraltro evitando la retorica classicheggiante alla Winckelmann e richiamandosi piuttosto ad un concetto antropologico e sistemico di cultura.  Non possediamo tesori che altri non abbiano anch’essi: archeologia, arte, storia, letteratura, paesaggio, tradizione, folclore.  Ma li abbiamo tutti assieme e non vanno sprecati… Soprattutto, bando ad ogni provincialismo, in tutte le sue declinazioni: da un lato, pensando di poter fare spocchiosamente da soli, dall’altro – e all’opposto –, affidandosi soltanto, e ciecamente, ad un guru esterno che stenta in termini di involvement.

In definitiva, mi sia concesso un paragone di arte culinaria. Ieri, se invitavi un ospite a pranzo lo soddisfacevi magari con un ricco e abbondante piatto di saporita amatriciana; oggi lo attrai veramente solo se gli offri la stessa pietanza, ma in una forma  gourmet: nell’equilibrio dei sapori, nelle ridotte dimensioni della porzione e nell’impiattamento. Se poi l’ospite alla fine opterà per il piatto di un altro, pazienza; de gustibus non est disputandum, e tanto meno de superioribus potestatibus… ma nessuno potrà mai dire che il tuo piatto non era buono e ben presentato…

Francesco Mattioli


 –  Sgarbi: “Città europea della cultura 2033, Viterbo è una candidatura potente”


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