Mafia viterbese – Nei riquadri Emanuele Erasmi, Ionel Pavel e Manuel Pecci |
Viterbo – (sil.co.) – Mafia viterbese, domani sarà trascorso un anno esatto da quando, il 4 febbraio 2022, l’accusa ha chiesto 7 anni e mezzo per Manuel Pecci e Emanuele Erasmi e 9 anni e nove mesi per Ionel Pavel. La sentenza, se non ci saranno ulteriori imprevisti, arriverà a marzo, a distanza di oltre un anno.
Dopo la conferma in terzo grado delle condanne ai nove arrestati per associazione di stampo mafioso che a suo tempo hanno scelto l’abbreviato, restano in ballo altri due procedimenti importanti nati dalla contestazione agli imputati della “sola” aggravante del metodo mafioso.
Uno è il processo ai fratelli David e Ismail Rebeshi, quest’ultimo assolto a novembre dal collegio del tribunale di Viterbo e il primo condannato a 5 anni di reclusione per il solo reato di estorsione – essendo venuta meno l’aggravante del metodo mafioso, riconosciuta invece ai tre connazionali presunti complici giudicati con l’abbreviato – ai danni di un ristoratore e di un commerciale di auto viterbesi. Contro la sentenza del cosiddetto filone “mafia viterbese bis”, di cui si aspettano le motivazioni, è probabile un ricorso in appello da parte della procura antimafia.
È attesa invece per marzo la sentenza slittata a fine novembre del processo col rito ordinario agli imprenditori Manuel Pecci ed Emanuele Erasmi e all’operaio Ionel Pavel, anche loro tra i tredici arrestati nell’ambito dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019 e anche loro imputati davanti al collegio di Viterbo, cui anche viene contestata la “sola” aggravante del metodo mafioso. A Pecci e Erasmi, in particolare, titolari di un salone di bellezza e di una falegnameria, per essersi rivolti ai boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi per risolvere controversie con dei loro clienti.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
