|
|
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – A volte ritornano… ma molti di più vanno via.
E quel che accade al liceo Paolo Ruffini di Viterbo, che più volte all’anno si vanta di ex studenti e studentesse che hanno fatto carriera, sicuramente grazie al loro sforzo e alle loro capacità, nessuno esplicita mai quanti se ne vanno e i motivi. L’anno scorso più del 10% del numero di studenti totali del liceo hanno cambiato scuola o hanno abbandonato gli studi.
Quest’anno però la situazione è peggiorata di molto, l’abbandono prima di arrivare alla pagella del primo quadrimestre è notevole, e altri licei della provincia sono già al massimo numero di studenti e non possono accettarne altri in più. C’è un motivo che si chiama “sesta ora”, da quest’anno non si va a scuola il sabato e… ciò rappresenta un’ora in più di presenza in classe tutti i giorni. I ragazzi sono più stanchi, arrivano a casa più tardi e poi, hanno anche una materia in più da preparare per il giorno dopo.
I docenti spesso non ne tengono conto e mettono lo stesso volume di lavoro degli altri anni, e questo fa che molti non ce la fanno. Il problema non è soltanto degli studenti del primo anno, anche se nella maggior parte dei casi sono loro ad abbandonare, ma anche degli studenti del triennio perché le ore settimanali sono tre di più e la difficoltà è maggiore.
Ciò accade non perché i ragazzi non siano “all’altezza”, ma perché in alcune sezioni alcuni docenti lavorano senza tenere conto di determinate circostanze e tante volte non rispettando nemmeno i regolamenti riguardanti i ragazzi con Bisogni educativi speciali (Bes).
Tengo a sottolineare il termine “alcuni” dato che ci sono professionisti che fanno il loro lavoro per passione e con dedizione, ma purtroppo questi vengono assorbiti da un sistema che continua a somministrare la stessa quantità di compiti e verifiche non tenendo conto della concentrazione di ore in 5 giorni della settimana.
Se poi a questo aggiungiamo la problematica degli studenti pendolari allora sì che il tempo a disposizione per lo studio domestico diventa impietoso, potando gli studenti a non poter rispettare le regolari ore di riposo ed a vivere male la scuola ed il resto.
Succede poi che neanche i vari dirigenti, che si sono susseguiti, hanno avuto il potere su alcuni professori e si sono verificate alcune dinamiche che in un’altra qualsiasi regione d’Italia avrebbero già fatto arrivare gli ispettori del ministero. Ma al Ruffini non arrivano, e tutto ciò va a discapito dei ragazzi che spesso poi in età adolescenziale non hanno tempo di svago o per fare sport, dato che vengono catapultati da valanghe di lavoro e non raggiungendo gli obiettivi prefissati, alcuni perdono l’autostima, altri cominciano ad avere problemi legati alla gestione dell’ansia o dipendenze da stress di qualsiasi tipo e gravità, ed altri ancora sono pieni di rabbia per le ingiustizie che vivono quotidianamente.
Devono ritenersi fortunati i ragazzi che avendo buoni rapporti con i genitori, vengono supportati ed accompagnati a uscirne, altri invece per vergogna o perché non osano dirlo o non vengono ascoltati fanno parte del conto di chi non abbandona, ma di chi rimane con sofferenza.
In conclusione, mi rivolgo sia ai genitori di quei ragazzi che dovranno scegliere il percorso scolastico finita la terza media, ma anche a quei genitori i cui figli sono già iscritti al liceo scientifico Paolo Ruffini e con empatia sono capaci di comprendere quanto ho detto.
Per i primi, se vostro figlio vuole fare il liceo scientifico e non può andare in altro istituto equivalente della provincia, sorvegliate sempre il suo andamento, informatevi sulla sezione che gli verrà assegnata, e chiedete chi sono i suoi professori; coloro che invece hanno il proprio figlio frequenta questo liceo, li invito a riflettere con più attenzione il giorno che leggeranno la pagella, ponendosi domande di questo tipo: È possibile che sia solo sua responsabilità? Possibile che tutto l’impegno e il tempo che passa sui libri produca quei risultati? Mio figlio è sereno? Vive la scuola come momento di crescita e potenziamento della persona umana? Spero di no ma se arriverà il giorno in cui sentirete l’esigenza di farvi tali domande, allora, forse rileggere questa mia lettera aperta servirà per capire meglio da quale parte sta il fallimento.
Silvia Abello
Genitore di un ex studente
