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Stupro con l’aggravante della crudeltà, confermati 16 anni al buttafuori che violentò una minorenne

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Carabinieri

Carabinieri


Roma – Buttafuori accusato dello stupro di una minorenne viterbese intercettata in una discoteca della Tuscia, è stata confermata ieri dalla corte d’appello di Roma la condanna a 16 anni di reclusione per violenza sessuale, sequestro di persona, rapina e lesioni con l’aggravante della crudeltà. Novanta giorni per le motivazioni, dopo di che la difesa potrà ricorrere per cassazione.

I fatti risalgono a dicembre 2019, quando la vittima 17enne e i genitori lo hanno denunciato ai carabinieri. L’imputato, difeso dall’avvocato Luigi Mancini, è stato poi arrestato a distanza di quattro mesi, nell’aprile 2020, nel pieno del lockdown, al termine delle indagini dei carabinieri, coordinati dalla sostituta Chiara Capezzuto per la procura della repubblica di Viterbo. 

Si tratta dell’ex addetto alla sicurezza nei locali da ballo Daniele Nuomi, 22enne di Pomezia, tornato in libertà pochi giorni prima della sentenza di primo grado dello scorso 28 settembre, quando è stata revocata la misura del ricovero in Rems in seguito alla perizia psichiatrica disposta dal collegio del tribunale di Viterbo, secondo cui si tratta di un manipolatore, ma capace di intendere e di volere e non socialmente pericoloso.

In carcere è tornato lo scorso 7 dicembre, a Regina Coeli, quando si è costituito spontaneamente alla polizia che lo stava cercando per eseguire la misura di custodia cautelare per avere violato le restrizioni della libertà vigilata.

Sul suo capo pendono una lunga serie di procedimenti che vanno dalla truffa allo stalking, alla sostituzione di persona. La difesa, di recente, ha chiesto una ulteriore perizia psichiatrica, il cui risultato potrebbe decidere le sorti future dell’imputato.


Il sostituto procuratore Chiara Capezzuto

Il sostituto procuratore Chiara Capezzuto


“Un borderline che manipola e seduce…”

“Ha un comportamento seduttivo e manipolativo patologico – ha spiegato il primo perito che lo ha visitato, il medico falisco Alessandro Pinnavaia, secondo cui sarebbe stato seminfermo di mente – è in grado di manipolare soggetti e realtà, come dimostrano i numerosi precedenti per truffa e gli stessi gesti di autolesionismo messi in atto per attirare l’attenzione su di sé. Ed è pericoloso, perché se una situazione gli sfugge di mano, non riesce più a gestirla”.


“Una trama da film horror”

“Una trama da film horror”, aveva detto la pm Chiara Capezzuto, chiedendo in primo grado una condanna a 13 anni, aumentata a sedici anni dai giudici del collegio del tribunale di Viterbo e ora confermata in secondo grado.

Era una sera di dicembre di quattro anni fa quando i genitori della vittima hanno affrontato Daniele Nuomi durante una cena in famiglia, sospettando che l’imputato non fosse il fidanzato ideale che voleva far credere, avuta conferma dalla figlia che era stato lui, che frequentava da poche settimane, a provocarle quei brutti lividi che aveva cercato di nascondere sotto i maglioni ma che la madre aveva visto lo stesso.

Messo di fronte alle sue responsabilità, il ventenne di Pomezia, che all’epoca lavorava in un locale della bassa Tuscia, si sarebbe rivoltato contro i genitori della ragazza, aggredendo il padre, mentre sul posto si precipitano i carabinieri, chiamati dalla moglie e dalla figlia, che hanno portato tutti in caserma e poi a Belcolle per le cure del caso.


Dottor Jekyll e mister Hyde

Secondo l’accusa, dopo avere intercettato la minore nel locale dove lavorava nella security, l’ha rintracciata tramite social network, presentandosi nel giro di pochi giorni a casa dei genitori come il fidanzato che tutti i padri sognano, quando in realtà sarebbe stato un orco.

L’imputato, facendo ampio uso dei social, avrebbe iniziato a prendere informazioni sulla giovane, i suoi amici, la sua famiglia, le due sorelle, i genitori e perfino la nonna, riuscendo infine a intrufolarsi nella sua intimità e a farle vivere due-tre settimane d’inferno, partito da una violenza carnale, prima che la vittima trovasse il coraggio di denunciarlo.

Si sarebbe fermato a cena e sarebbe anche riuscito a fermarsi a dormire dalla nonna, con la scusa che di notte non era il caso di mettersi in auto dalla provincia di Viterbo a quella di Roma. Inoltre avrebbe consigliato alla madre e al padre di togliere la figlia dalla scuola pubblica per iscriverla a una privata per garantirle migliori risultati.  

In realtà, secondo la vittima per allontanarla dalle sue conoscenze, facendole il vuoto attorno. Nel frattempo, facendo leva sulla paura, avrebbe abusato di lei perfino sotto il tetto della casa familiare, mentre i genitori, ignari, erano in un’altra stanza.


Alle calcagna della vittima anche in ospedale

E’ andata avanti due-tre settimane. Fino a quando, a dicembre 2019, i genitori non avrebbero notato dei lividi sulle braccia casualmente scoperte della figlia che solo in quel momento sarebbe scoppiata a piangere, rivelando loro un calvario di soprusi, mentre il suo aguzzino, presente nella casa dove in pochi giorni era già riuscito a installarsi come “fidanzato”, si sarebbe scagliato con violenza contro entrambi, facendo scattare l’allarme e l’intervento dei carabinieri che lo hanno arrestato

La vittima sarebbe stata costretta a seguirlo per ben due volte da un affittacamere, dove la minore sarebbe stata picchiata e stuprata più volte sotto la minaccia di fare del male ai suoi congiunti. Avrebbe perfino simulato una crisi epilettica per seguire la vittima al pronto soccorso, mentre lui era in caserma, quando i genitori hanno chiamato i carabinieri ed è scattata la denuncia.


Arancia meccanica al bed&breakfast

A giugno 2020 l’ultimo atto, l’incidente probatorio nel corso del quale è stata cristallizzata la versione della vittima. 

“Dopo aver strappato dalle mani della minore il telefono, per impedirle di chiedere aiuto – si legge nel capo d’imputazione – l’avrebbe minacciata di ledere l’incolumità fisica sua e dei familiari, đicendole di conoscere il suo indirizzo, il luogo dove lavoravano i suoi genitori, di sapere che aveva due sorelle più piccole e dove andavano a scuola, nonché di aver inviato degli uomini pronti a far loro del male sotto l’abitazione familiare e che suo padre era un ‘pezzo grosso’ che avrebbe potuto rovinarle la vita”.

L’avrebbe quindi privata della libertà personale, imponendole di seguirlo dapprima in un b&b di Nepi, dove l’avrebbe costretta due volte con percosse e minacce a subire rapporti sessuali completi.  E il giorno successivo, a Pomezia e a Roma, dove l’avrebbe costretta di nuovo ad andare con lui in un b&b all’interno del quale l’avrebbe percossa e costretta con violenza e minacce a rapporti sessuali più volte, lasciandola chiusa a chiave in camera per diverse ore.


“Ti metto incinta e dovrai tenere il bambino”

Al ventenne, in sede di indagini preliminari, è stata contestata anche l’aggravante di aver agito con crudeltà: “Avendo continuamente detto alla ragazza, mentre le usava violenza sessuale e la percuoteva, che avrebbe dovuto soffrire quanto aveva sofferto lui da piccolo, nonché avendole mostrato, la sera del 13 dicembre 2019 i suoi amici nei pressi della discoteca di Roma dai predetti frequentata, intimandole di non parlare con nessuno e, al contempo, schernendola sul fatto che loro si stavano divertendo, mentre lei si trovava in quella situazione. Nonché dicendole che l’aveva sicuramente messa incinta e che l’avrebbe costretta a tenere il bambino”. 

Nuomi, inoltre, l’avrebbe percossa numerose volte “sia nel periodo in cui l’aveva privata della libertà personale, sia nei due giornl successivi, nei quali continuava a trattenersi nel suo paese e a frequentare la sua abitazione, cagionandole lesioni personali consistite in contusioni multiple, in abuso sessuale, ecchimosi al collo, ematomi al braccio ed avambraccio sinistro e coscia sinistra, nonché ustioni di sigaretta su una mano, giudicate guaribili in 10 giorni”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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