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Il treno per Kiev senza un qualche De Gasperi

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Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi


Viterbo – Non è solo perché da lì parte il treno per Kiev – quello che in undici ore ha portato la presidente Meloni in Ucraina – ma in Polonia l’aggressione russa fa venire più brividi che altrove. Infatti, da quelle parti non si dimentica la storia recente di aggressioni ma pure di accordi tra occidentali e russi per spartirsene il territorio. Ai tempi di Hitler, con il patto tra i ministri degli esteri di Berlino e Mosca, Ribbentrop e Molotov, che interessò anche l’Ucraina, poi, i trattati di Yalta, la città della Crimea in cui il dominio su ambedue i popoli, gli ucraini e i polacchi, venne riconosciuto a Stalin dagli occidentali Churchill e Roosevelt.

Naturali, quindi, a Varsavia il timore per l’aggressività del vicino orso russo e la preoccupazione, se non la diffidenza, verso la Casa Bianca e gli altri europei.

Da sempre, in verità, quanto si muove lungo la Vistola e in generale ai confini con l’Europa tradizionale rappresenta il crocevia periferico a disposizione degli equilibri per i quali si combatterono nei secoli, ma in territorio neutro, imperi e chiese e ora le grandi potenze: aggredendo, come ha fatto la Russia, o sostenendo gli aggrediti come fanno Usa ed Ue.

Seppure Kiev figurava tra le tappe fisse nelle visite ufficiali dei governi stranieri al Cremlino sovietico, i suoi abitanti si sentivano, anche allora, stato sovrano con tanto di seggio all’Onu e perfino il presidente supremo dell’Urss, Podgorny, non mancava di precisare agli interlocutori: “Io non sono russo ma ucraino”.

L’indipendenza reclamata ed impedita dai massacri di Stalin appare, purtroppo ed ancora, moneta di scambio tra chi, ad intervalli di tempo costanti nella storia, prepara il terreno per rimodulare la propria supremazia.

Quanto lontani e labili risultano, perciò, i propositi delle generazioni che negli anni sessanta marciarono, protestarono, cantarono Joan Baez o Fabrizio De Andrè contro la guerra. Dei ragazzi che, divenuti classe dirigente degli stati, delle industrie, delle banche, si trovano oggi, consapevoli o meno, ad operare per arricchire le fabbriche di armi. Le quali, insieme a chi le finanzia, sono già i veri vincitori di questa guerra: locale in Ucraina, ma nei fatti partecipata da tanta parte del mondo. Anzitutto, quella che dichiarava la Nato un costoso ferro vecchio da rottamare, mentre ne allargava i confini fino ad “abbaiare” sotto le finestre di Putin, secondo l’efficace e per nulla diplomatica espressione di papa Francesco.

Esorcizzare lo zar oggi dopo un anno di ininterrotti combattimenti, evocandone la imminente sostituzione per via naturale o politica è da sadici nei confronti degli ucraini e da masochisti per le conseguenze che anche noi sopportiamo. Una sorta di rituale woodoo intorno ai fabbricatori di armi ed alla finanza che li sostiene, i quali, soli, festeggiano.

Quando cadono i missili, vuol dire che la politica rivela nel modo peggiore la sua vera natura di guerra ed è certamente difficile ritrovarvi le propensioni al dialogo di cui è comunque portatrice.

Ci sarà mai, da qualche parte, un capo di stato che, rompendo gli indugi, si rivolga pubblicamente a Putin per l’Ucraina, come, in difesa della Polonia, fece Alcide De Gasperi col dittatore Stalin nell’estate del 1944 al teatro Brancaccio di Roma, perché, riconoscendolo: “condottiero di popoli, trovi il modo di conciliare la difesa degli interessi delle proprie frontiere con la libertà e l’unità della Polonia” (Ucraina)?

Il resto – apparizioni e pellegrinaggi zelenskyani compresi – serve solo a far prevalere la faccia effimera della politica, quella del circo, dello spettacolo che ben conosciamo e di cui siamo stufi.

Renzo Trappolini


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