Viterbo – “Per chi come me combatte ogni giorno per i diritti delle donne, l’8 marzo non è altro che una ricorrenza. Come un compleanno, o le feste comandate. Per chi se ne dimentica e non li vive come priorità, è un buon memorandum, un memento. Ma la riflessione e l’impegno devono andare oltre la singola giornata”. Dacia Maraini, scrittrice e poetessa, ringrazia per le mimose che oggi le verranno regalate. Ma ricorda che sono “soltanto un gesto. Da apprezzare, certo, ma insignificante se non viene accompagnato da buoni progetti per il prossimo futuro”.
Dacia Maraini
Maraini, cosa significa per lei l’8 marzo?
“Occorre prima di tutto chiarire un concetto. Per me questa giornata ha solo un valore simbolico, come qualsiasi altra ricorrenza. Non bisogna occuparsi delle donne solo l’8 marzo, ma riconosco che per chi non se ne occupa affatto è un’occasione per farlo. E in un paese come l’Italia che è un paese senza memoria, indurre la popolazione a riflettere e ricordare fa bene”.
E proprio dal ricordo nasce questa ricorrenza. 8 marzo, giornata internazionale della donna…
“E ci tengo che venga chiamata con il giusto nome. Non festa, ma giornata. Perché sia un’occasione di riflessione, uno stimolo. Non c’è nulla da festeggiare: questa ricorrenza nasce da una tragedia. La morte in una fabbrica di camicie a New York di decine e decine di donne, rimaste intrappolate all’interno della struttura mentre tutto veniva avvolto dalle fiamme di un incendio. Non sono riuscite a mettersi in salvo perché il loro padrone le teneva rinchiuse. Come animali.
Più che una festa, quindi è il ricordo di una tragedia. La memoria di ciò che è stato però ci serva per mantenere sempre alta l’attenzione verso le donne, verso i loro diritti civili, che in molte parti del mondo sono negati. Penso all’Afghanistan, penso all’Iran, dove vivono coprendo il loro corpo, dove non possono studiare. È negato loro andare a scuola o uscire da sole. Non dimentichiamo però che ora che il mondo è globalizzato, certe realtà non sono poi così lontane e altro da noi. L’Iran è qui, l’Afghanistan è qui. La festa con le mimose va bene, simbolicamente va bene. Ma deve essere un memorandum, un memento affinché si lavori anche gli altri 364 giorni dell’anno. E si lavori per tutte”.
Le donne da tempo relativamente breve ricoprono ruoli che fino a poco fa erano loro negati o ad appannaggio degli uomini. Stiamo assistendo al completamente di un processo di emancipazione o l’Italia e il mondo occidentale è ancora misogino?
“Ci sono state delle liberalizzazioni e delle grandi conquiste. Soprattutto nei paesi occidentali, europei, sfondo di grandiose battaglie. Penso alla grande novità della cultura provenzale. Al Rinascimento. Penso poi al Risorgimento, alla rivoluzione francese. Si è lentamente creata una coscienza dei diritti.
Ciononostante quella in cui viviamo è ancora una società patriarcale e misogina. Si pensi al linguaggio. Uomo è un termine universale che comprende anche la donna, donna no, è particolare. Tutto è declinato al maschile, anche i nomi delle professioni”.
Cosa possono fare le donne per superare questa condizione? Che strumenti hanno in mano?
“Devono affrontare un cambiamento culturale e mentale. Una vera e propria rivoluzione. Perché troppo spesso le donne hanno introiettato quella cultura patriarcale che si denuncia. Per cui si sentono in colpa, quando, ad esempio, decidono di lavorare o pretendono che dei figli se ne occupi il marito. Si sentono giudicate dalla società e per questo rinunciano. Devono chiedere il riconoscimento dei diritti civili che spettano loro. Devono pretendete pari condizioni lavorativi. Si pensi che le donne ancora guadagnano molto meno degli uomini per lo stesso lavoro. E questo accade in Europa dove c’è la parità. Negli altri paesi nemmeno possono lavorare, o ricoprire ruoli di prestigio”.
La sua è stata ed è tuttora una vita dedicata alla denuncia dei soprusi e alla rivendicazione delle capacità e dei diritti delle donne. Quali sono stati, se ci sono stati, i suoi modelli femminili di riferimento?
“Ho la fortuna di avere avuto in famiglia donne autonome e coraggiose. Prima di tutto mia nonna paterna. Era inglese. Nel 1920 si è messa uno zaino in spalla ed è partita da sola, a piedi, per andare in Asia. Ha raggiunto la Persia, compiendo un atto straordinario. È stata una donna indipendente, che scriveva libri di viaggio. E poi mia madre, nata nel 1913. Donna libera. Fonte di enorme ispirazione per me. Era pittrice, frequentava l’accademia. Poi ho cercato altri esempi. Per capire le ragioni culturali e storiche della nostra condizione. I testi della De Beauvoir, o “Dalla parte delle bambini” di Elena Giannini Belotti sono stati per me fondamentali”.
Cosa augura alle bambine di oggi, future donne di domani?
“Auguro di essere più sicure di sé. Di volersi bene e di riscoprire la solidarietà con le altre donne. Il patriarcato si è basato sull’inimicizia delle donne, sulla loro separazione. Sull’idea che sono sempre state incapaci di solidarietà reciproca. Eva contro Eva. Un gioco che ha fatto la fortuna del patriarcato. Riscopriamo dunque la solidarietà.
A tutte auguro di essere forti nei loro diritti, che sono anche doveri. Di sentirsi cittadine del mondo…”.
Barbara Bianchi
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