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“All’ospedale di Tarquinia 72 ore per non avere neanche una diagnosi”

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L'ospedale di Tarquinia

L’ospedale di Tarquinia

Tarquinia – Riceviamo e pubblichiamo – Mio padre il 22 febbraio viene portato dal 118 al pronto soccorso di Tarquinia per dolore spalla destra e respirazione affannata.

Al pronto soccorso viene fatta lastra e riscontrata polmonite. Esco dal pronto soccorso alle 24, ritorno alle 9,30 ora in cui mi era stato detto di tornare la mattina successiva, ma vengo rispedita a casa perché portato in reparto la mattina stessa intorno alle 9 e l’unica visita dei pazienti è dalle 13 alle 13,30.

Torno alle 13, non riesco a parlare con nessuno. Mio padre, oltre ai malesseri con cui è entrato dalla notte, accusa addome gonfio, in effetti era lievitato rispetto la sera precedente.

Saluto e l’infermiera mi dice di chiamare intorno alle 16 per avere informazioni.
Chiamo alle 15,40 del giorno 23 febbraio, mi dicono che verrò ricontattata  dal medico. Attendo fino alle 17 finché non decido di cercare il cellulare privato di un medico per avere informazioni. Mi contatta intorno alle 18, mi dice focolaio esteso polmone destro. Nulla di più.

La mattina alle 13 sono in ospedale, il primario mi dice che hanno trovato un valore di ristagno di urina e quindi hanno messo il catetere, riguardo il gonfiore nulla. Eco prenotata per il pomeriggio.
Il babbo sta male, malissimo.

Nessuna eco fatta. Torno alle 18,30 perché preoccupata, mio padre non era lucido, non reagiva.
Parlo con l’infermiera perché il medico, non essendo ora di visite poiché a Tarquinia con i medici ci si parla il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 13,30 alle 14 e non più, non mi ha ricevuta. Mi dice che essendo venerdì sera l’eco sicuramente la faranno i primi giorni della prossima settimana.

Metto in moto la macchina dell’amore che fa fare tutto ciò che un famigliare del malato può e mi prendo un ambulanza privata che sabato mattina venisse a prendere mio padre.

Arriva sabato, suono al reparto, parlo con il medico che non ci ha trattenuti ma neanche rassicurati dicendo che mio padre non l’avrebbe mosso, ma quando domando cosa stessero facendo per questo stomaco pieno d’aria mi risponde che non poteva darmi informazioni, ma stavano curando la polmonite.

Mio padre firma impaurito per le parole del medico e preoccupato per il viaggio, avendo anche l’ossigeno, e si affida alle mani di una figlia che sta tentando l’impossibile.

Andiamo a Grosseto a soli 80 chilometri dove prontamente, entrato alle 11, alle 14,20 mi chiamano dicendomi che avevano eseguito lastra, due prelievi, un eco addominale e messo la sonda per l’aria in surplus che aveva.

3 ore e 20 minuti per trovare una diagnosi e iniziare una cura. 3 ore e 20 minuti non 72 ore per non avere neanche una diagnosi.

Possibile che a pochi chilometri di distanza, passando un’altra regione, ci siano degli abissi così forti anche nei confronti dei famigliari di pazienti?

A Grosseto ci sono due entrate di 1 ora e 15 minuti l’una, non mezz’ora dove non riesci neanche a capire cosa possa servire.

La mia rabbia nasce, oltre che per mio padre, per tutte quelle persone sole che si devono affidare unicamente al primo soccorso che hanno e nessuno che si renda conto che le cure non sono adeguate.

Emanuela Fabi


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