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Caso Manca, il fratello Gianluca: “Potremo finalmente fare aprire un’inchiesta giudiziaria che non abbiamo mai ottenuto”

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Barcellona Pozzo di Gotto – (eli.ca.) “Potremo finalmente fare aprire un’inchiesta giuridica che abbiamo sempre agognato e mai ottenuto”. 


Gianluca Manca

Gianluca Manca


Sono le parole di Gianluca, fratello di Attilio Manca, rilasciate ai microfoni di Repubblica dopo la pubblicazione di qualche settimana fa, di una relazione da parte della Commissione parlamentare antimafia sul caso dell’urologo di Belcolle trovato morto nella sua casa alla Grotticella nel febbraio di diciannove anni fa.

Una relazione che potrebbe segnare un punto di svolta sulla riapertura del caso Manca, morto il 12 febbraio del 2004. Ufficialmente si tratta di un suicidio per overdose, ma la sua famiglia ha sempre sostenuto che si sia trattato di un omicidio di mafia.

Manca era uno degli urologi più esperti nella cura del tumore alla prostata. E per questo potrebbe essere stato per curare Bernardo Provenzano durante la sua latitanza, periodo in cui era malato proprio di tumore alla prostata. Secondo la famiglia potrebbe essere questa la causa della sua morte: l’essersi rifiutato una volta capito con chi aveva a che fare. Tutte domande che non hanno ancora una risposta.


L'avvocato Fabio Repici

L’avvocato Fabio Repici


“Era uno degli urologi più esperti nella cura del tumore alla prostata che era il problema sanitario che aveva Bernardo Provenzano – spiega l’avvocato della famiglia Manca, Fabio Repici -. Per questioni non solo di conoscenze, ma perfino parentali, Manca era una persona che poteva essere contattata da quel circuito”.

La Commissione parlamentare antimafia poche settimane fa ha pubblicato una relazione in cui si afferma che Attilio Manca è stato ucciso dalla mafia.
 
“Dai racconti dei pentiti – afferma la madre di Attilio, Angela -, tutti quanti sostengono che è stato ammazzato perché ha visitato Provenzano. Perché lo ha curato, perché lo ha assistito durante la sua malattia”.

Secondo Angela Manca la tesi del suicidio per overdose non ta in piedi: “Mio figlio è stato picchiato, gli è stato dato un calcio ai testicoli perché c’erano dei lividi. Poi hanno sferrato un pungo nella faccia e gli hanno deviato il setto nasale. Da qui si deduce l’emorragia. E poi aveva lividi nei piedi, nelle caviglie, nei polsi”.


Stefania Ascari, deputata M5s

Stefania Ascari, deputata M5s


 “Noi siamo partiti da elementi nuovi che abbiamo cercato di inserire in modo minuzioso – spiega Stefania Ascari, deputata M5s e prima firmataria della relazione della Commissione parlamentare antimafia -. La corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado, ha assolto la donna che era stata ritenuta responsabile della cessione dell’eroina, Monica Militi perché il fatto non sussiste. I segni delle punture di eroina sono state rinvenute sul braccio sinistro, tenendo presente che Manca era un mancino puro. Le siringhe ritrovate nell’abitazione erano due, di cui una addirittura con il cappuccio inserito e non c’erano impronte. Nel bagno è stata trovata un’unica impronta di Ugo Manca, il cugino”.


Angela Manca

Angela Manca


“Ugo Manca  – spiega Angela Manca ai microfoni di Repubblica – è l’unico figlio del fratello di mio marito ed è legato ad ambienti malavitosi”. 
 
“E’ assolutamente acclarato che Attilio non facesse assolutamente uso di sostanze stupefacenti – precisa il fratello Gianluca -, anche perché per il tipo di attività per cui si era specializzato doveva essere lucido. Anche la relazione tossicologica ha escluso che Attilio fosse un tossicodipendente occasionale, né tantomeno abituale. Sono stato più volte contattato, sia telefonicamente che dal vivo, da mio cugino, Ugo Manca, e più di una volta mi ha chiesto di interloquire con il pubblico ministero affinché chiedessi il dissequestro dell’abitazione di Attilio per poter accedere e prelevare degli indumenti per vestirlo. Nonostante il mio diniego Ugo Manca si è recato presso la segreteria di Renzo Petroselli a chiedere il dissequestro”.
 
La relazione dell’antimafia dà spazio anche alle dichiarazioni dei pentiti che parlano di Attilio Manca. Parlerebbero anche del coinvolgimento di servizi segreti deviati impegnati nel tutelare la latitanza di Provenzano. Si tratta, spiega Stefania Ascari, di “cinque collaboratori di giustizia che di fatto non hanno avuto interazioni tra di loro, ma tutti e cinque parlano di omicidio. Uno in particolare, Carmelo D’Amico”.

D’Amico, racconta l’avvocato Repici – “è un importante esponente della mafia barcellonese che ha confessato oltre 30 omicidi commessi personalmente da lui. Anni dopo fu detenuto al carcere di opera e lì ebbe modo di avere relazioni con un importante esponente di Cosa nostra palermitana, Antonino Rotolo, legatissimo a Bernardo Provenzano. Ha ricevuto informazioni importantissime e riscontrate, tra queste, anche una sull’omicidio di Attilio Manca e il coinvolgimento nella fase esecutiva dell’omicidio di personaggi appartenenti ai servizi segreti”.
 
“Un dato che possiamo affermare oggi con assoluta certezza  – afferma ancora l’avvocato Repici – è che l’avvio della cura in Provenza da parte di Bernardo Provenzano ha preceduto di pochissimi giorni la presenza di Attilio Manca in Provenza. La competenza di Manca in materia di tumore alla prostata l’aveva coltivata proprio in un lunghissimo stage in Francia, parlava il francese come lingua corrente. Evidemente ad Attilio Manca ci si rivolse per le cure ad un signore anziano che non so in che modo fu indicato a Manca”.

Nella relazione compare anche il nome dell’avvocato Rosario Cattafi.  “Cattafi – afferma Repici -, pregiudicato per altri reati, è tuttora sotto processo per associazione mafiosa. E’ stata accertata in sede processuale l’appartenenza alla famiglia mafiosa barcellonese e anche la sua capacità di intrattenere relazioni di alto livello sia all’interno di Cosa Nostra, con i vertici di Cosa Nostra, sia con esponenti del potere legale, sia che si tratti di politici, sia che si tratti di magistrati sia di apparati di polizia e di intelligence. La caratteristica principale della mafia barcellonese è quella di essere una mafia di stato. Le ralzioni tra i vertici della mafia barcellonese e esponenti istituzionali non hanno pari in nessun altro assembramento mafioso in Italia”.
 
“Secondo me è stato ucciso perché lui si è rifiutato – afferma con convinzione Angela Manca -, avrà detto lasciatemi tranquillo. Se non avesse detto così avrebbe potuto essere ricco come tutti i mafiosi e diventare il medico della mafia. Io incontro spesso Cattafi e l’altra volta si è girato a guardarmi con un atteggiamento di spavalderia. Incontro Ugo Manca che abita qua accanto a me. Io a Barcellona non ho paura della mafia ma della massoneria perché la mafia non sarebbe nulla senza la massoneria, la massoneria dirige i fili. La borghesia mafiosa si appoggia a questa massoneria per avere favori. Ci sono associazioni in tutta Italia che mi danno vicinanza, solidarietà e amicizia ma a Barcellona no, io a Barcellona non ho amici. Non ho nessuno, sono sola. La mia vita è stata difficilissima, perché dopo che ti tolgono un figlio,  a quel modo… all’inizio ero disorientata, non sapevo come chiudermi nel mio dolore e poi ho cominciato a capire che l’unico mio modo di vivere sarebbe stato la notte. Allora ho iniziato a lottare, a parlare di Attilio, a cercare di riabilitarlo, a scrivere ogni giorno qualcosa di lui. Così è come se io facessi vivere ancora Attilio, lo sto tenedo in vita da vent’anni”.
 
“Noi  – conclude il fratello Gianluca – potremo finalmente fare aprire un’inchiesta giuridica che abbiamo sempre agognato e che non abbiamo mai ottenuto”. 


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