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Viterbo – L’anime che ssò? chiedeva Gioacchino Belli e si rispondeva: “So specie d’arie e – come l’aria – ce so’ ll’anime fine e ll’ordinarie”. Insomma e a quel che si dice, ci sarebbero diversi tipi di anima e Voltaire, un filosofo che se ne intendeva, sospirava: “Sarebbe bello vedere l’anima”.
Una caratteristica ne appare, infatti, accertata: non è possibile vederla. Invisibile, come il fantasma evocato, appena ieri, da uno che filosofo non è ma di cose ne ha viste e ne sa tante, cioè il nuovo ministro degli esteri cinese Qing Gang, per il quale il prolungarsi della guerra in Ucraina, dipenderebbe da un qualcuno che, appunto, sarebbe “invisibile”.
Non avendo rivelato chi sia, c’è, perciò, da chiedersi se proprio di una qualche specie di anima si tratti. Qualcuna di quante discendono dall’uomo che Dio fece il sesto giorno, a fine settimana, forse un po’ stanco e con la rilassatezza propria degli week end. Almeno a vedere come l’opera gli è venuta e che, solo dopo pochi giorni, fu costretto a cacciarlo, insieme alla donna, dal bellissimo parco che gli aveva regalato “con ogni specie di alberi e frutti buoni a mangiare, un fiume, oro puro e perfino resina profumata e la pietra onice” (Genesi 1,26).
Che anima sarà, dunque, quest’invisibile individuato da Pechino? Un’anima “fine”? Ma il Belli l’attribuisce solo a re e regine e i pochi sovrani oggi rimasti non frequentano i campi di battaglia. O un’anima “ordinaria che è ppe la ‘ggente che conta dù dozzine?” Insomma, qualcuno che anche noi potremmo pure individuare? Certo, non tra le anime sante perché, fosse per loro, la guerra sarebbe finita da un pezzo e con la vittoria del più debole. Sempre Belli, infatti, raccontando il duello tra il gigante Golia e il pastorello David, dice che “questo povero regazzo, grazie all’anime sante, lo fece cascà giù come un pupazzo”.
Nemmeno le anime pie, però, le quali, è notorio, si presentano, parlano e pregano bene, ma troppo spesso, come diceva lo scrittore Roberto Gervaso, la loro, pur apparendo “evangelica modestia, è il volto discreto dell’orgoglio bonario e farisaico”.
E le anime belle? Se sono quelle che Dante mette nel Paradiso della sua Commedia, esse sono incorporee ed hanno ben altro da fare, avvolte nella luce dell’empireo. Le altre, invece, nostre contemporanee sempre pronte, ma a favor di telecamera o intervista, alla lacrima facile per i poveri e gli afflitti che non sono mai loro, queste cantanti della bontà ad ogni costo e pure in rima, no, loro sono troppo visibili e, comunque, oltre all’esibire emozioni più o meno sincere, non sono certo avvezze al fare. Figuriamoci ad essere decisive negli eventi.
Eppure, se i cinesi lo dichiarano, una qualche invisibile anima che mantiene vivo, anzi attizza con perizia il fuoco della guerra, ci deve pur essere. Ma dove trovarla? Sicuramente sta “là dove si puote ciò che si vuole vuole e più non dimandare”.
Non sarebbe, infatti, lecito chiederne ragione. Anche se, prima o poi, seguendo l’odore dei soldi secondo un insegnamento antico rilanciato da Falcone, la strada si trova e porta al solito, immarcescibile, onnipotente Mammona, il denaro che, se non “muove il sole e l’altre stelle”, sul pianeta terra ha fatto, fà e farà sempre il buono e il cattivo tempo. Soprattutto tempesta.
In una vecchia commedia musicale si cantava che anche i bancari hanno un’anima. I bancari, appunto. Non i banchieri. Quelli veri, pochi e invisibili.
Renzo Trappolini
