Andrea Landolfi e Maria Sestina Arcuri |
Ronciglione – (sil.co.) – Andrea Landolfi assolto in primo grado e poi condannato a 22 anni in appello per l’omicidio di Maria Sestina Arcuri, per i giudici di secondo grado ha portato a compimento un “disegno di morte”. “Contraria alla logica”, la conclusione della caduta accidentale del tribunale di Viterbo.
La morte è arrivata il 6 febbraio 2019 all’ospedale di Belcolle, dove la ragazza è giunta la mattina del 4 febbraio di ormai quattro anni fa, dopo essere caduta per le scale di casa della nonna dell’imputato.
La sentenza della corte d’assise del tribunale di Viterbo del 19 luglio 2021, secondo cui si è trattato di una caduta accidentale, viene bocciata come “frutto di una non corretta valutazione delle prove”. Dito puntato, in particolare, contro la presunta omissione di soccorso che avrebbe potuto cambiare le sorti della parrucchiera 26enne di Nocara fidanzata da pochi mesi col pugile romano trentenne con cui stava trascorrendo il weekend nella casa di Ronciglione della nonna.
“Landolfi ha omesso qualsiasi iniziativa per cercare di salvarle la vita”, dinlegge nelle motivazioni della sentenza dello scorso 21 dicembre. Per la corte d’assise d’appello, Landolfi “l’ha lanciata per le scale” con “intento letale”.
Promossa a pieni voti la tesi della procura: “Landolfi ha afferrato Sestina e l’ha lanciata”. Nessun dubbio che si sia trattato di omicidio volontario. Si parla senza mezzi termini di “sussistenza della volontà diretta di uccidere la donna”. Il pm Franco Pacifici, in primo grado, aveva chiesto 25 anni.
“Contraria alla logica, alle leggi della fisica e agli accertamenti medico legali sui corpi dell’imputato e della vittima” l’ipotesi della caduta per le scale di Andrea e Sestina. Pesantissimi gli affondi contro la corte d’assise del tribunale di Viterbo, i due giudici togati Eugenio Turco e Roberto Colonnello e i sei giurati popolari della Tuscia.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
