Viterbo – (sil.co.) – Nel tardo pomeriggio del 19 novembre 2020 avrebbe dato in escandescenze, dopo avere rifiutato di pagare la consumazione in un bar di via Cavour, a Viterbo, scagliandosi contro gli agenti della questura intervenuti su richiesta del titolare del locale che non era riuscito a trattenerlo per farsi saldare il conto.
Viterbo – Una pattuglia della polizia – foto di repertorio
L’uomo, per identificare il quale è stato necessario condurlo in questura, è finito a processo per resistenza a pubblico ufficiale davanti al giudice Roberto Cappelli, che ieri ha sentito uno dei quattro agenti che lo hanno rintracciato e bloccato a qualche centinaio di metri dal bar, mentre si stava allontanando a piedi.
“Quando lo abbiamo fermato per chiedergli contezza dell’accaduto e identificarlo, lui in tutta risposta ha cominciato a insultarci, urlando ‘poliziotti di merda, coglioni, che cazzo volete da me’. Così lo abbiamo caricato sull’auto di servizio, mentre lui, sicuramente ubriaco e forse anche altro, ci prendeva a spinte e scalciava lungo la via, affollata di gente verso le sei e mezza del pomeriggio. Ha proseguito fino a quando siamo giunti in questura, dove ha tirato fuori dalla tasca dei pantaloni la carta d’identità e ce l’ha lanciata”, ha spiegato il poliziotto.
Secondo la difesa, molto combattiva, l’agente non avrebbe nemmeno dovuto alludere, durante la testimonianza, al presunto stato di ebbrezza e forse altro dell’imputato: “Mica era alla guida di una macchina, era a piedi”.
La legale, inoltre, ha chiesto ragguagli sull’operazione, sul perché fossero intervenuti per una consumazione non pagata, sul perché si fossero messi sulle tracce del presunto “inadempiente” e a che titolo lo avessero fermato e condotto in caserma per identificarlo.
Il processo riprenderà prima della pausa estiva.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
